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La coltivazione della viltà: Giuliani e Bagnaresi

5 April 2008

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Post del 5 apr 2008

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Carlo Giuliani, sul cui corpo è passata più volte la Land Rover dei CC dalla quale era partito il colpo di pistola che l’aveva mortalmente ferito, e Matteo Bagnaresi, l’ultrà del Parma travolto lentamente da un pullman il 30 marzo 2008, sono stati schiacciati da un’entità misconosciuta, ma importante: la coltivazione della viltà. Governanti, poteri dello Stato, amministratori, praticano la viltà: pensano ai propri interessi, si vendono con una disinvoltura da marciapiede, strisciano davanti a chi è più forte e azzannano chi non può difendersi. Questo è risaputo. E’ meno noto che, oltre a praticarla, la viltà la promuovono nei cittadini, e in particolare in chi non ci sta e, in modi diversi, si oppone. Cittadini e oppositori con le carte a posto, che esprimano critiche razionali e forme civili di protesta e contrasto, metterebbero in crisi il sistema. Ne mostrerebbero la viltà. Com’è proprio dei criminali, il potere tende a compromettere le sue vittime e i propri sottoposti, coinvolgendoli in atti negativi, e togliendo quindi loro l’integrità morale, per poterli meglio controllare. La coltivazione della viltà nei costumi è un formidabile strumento di soggezione.

Approfittare di una manifestazione politica per commettere atti che in condizioni di stato di natura, o sotto una piena dittatura, verrebbero ripagati con una revolverata, fidando nei limiti alla reazione imposti dalle leggi, è vile (e anche ingenuo, perché confidare nel rispetto della legge da parte delle nostre autorità per commettere atti illeciti è come andare a rubare in casa dei ladri). E’ vile sfogare la propria voglia di menare le mani in occasione di partite di calcio, magari in un branco di dieci contro uno sconosciuto. Le autorità favoriscono questi atti di viltà. Probabilmente Pasolini percepiva la viltà pilotata di alcune espressioni del Sessantotto, e ammoniva anche contro questa trappola, quando scriveva che stava dalla parte dei poliziotti negli scontri di piazza. Se si compiono azioni vili, si facilita al potere l’esercizio della propria viltà. Come è avvenuto a Genova, che è stata un’imboscata per i movimenti. A piazza Alimonda avrebbero dovuto esserci carabinieri esperti e coi nervi saldi, che non provocassero quella minoranza di manifestanti affetti da smanie guerresche adolescenziali, e che eventualmente rispondessero in maniera proporzionata. Nelle altre zone le forze dell’ordine avrebbero dovuto arrestare i black block, anche se questi avessero mostrato un tesserino da poliziotto. Invece hanno lasciato fare i black block e hanno provocato gli altri manifestanti; e hanno messo in prima linea un ausiliario, che ha ammazzato un ragazzo che pensava di poter giocare alla guerra con l’arma dei Carabinieri. Poi le forze di polizia hanno mostrato quanto rispettino la divisa che portano avvalendosene per mettere in atto i vili pestaggi a freddo della Diaz e di Bolzaneto. Ci sono i delinquenti “in divisa da ladro”. Ce ne sono altri che si travestono da agenti per commettere reati. Quando i reati sono commessi con la mimetizzazione di divise che sono portate legittimamente, il cerchio tra guardie e delinquenti viene chiuso. Dopo Genova, il duetto tra opposte viltà é stato coltivato da un lato con i falsi e l’autocommiserazione vittimista cui la polizia fa ricorso in questi casi, e con l’impunità per l’omicidio di Giuliani; e dall’altro con atti come l’intitolazione di un aula parlamentare a Giuliani; che a dire il vero, anche se è da compiangere per la sua fine tragica, ha fatto poco per meritarsi un onore del genere. Solo politici che vogliano perpetuare la catena della viltà possono celebrare e porre a modello l’effige di un ragazzo che col volto coperto da un passamontagna accetta la zuffa in piazza coi CC.

La viltà si ammanta di ideologia. Nel caso dello Stato, l’ideologia della difesa dell’ordine costituito e del prestigio delle istituzioni. L’opposizione alle ingiustizie del potere, per chi esprime il dissenso con atti violenti; come se il terrorismo, che può essere considerato una serie di atti di viltà favoriti dal potere, non abbia insegnato nulla. (Qualcosa sembra abbia insegnato, perché dopo l’imboscata di Genova non ci sono state risposte violente da parte del movimento, che è in massima parte pacifico, e che ha mostrato maturità, frustrando i piani di chi sperava di poter costruire, con la vile provocazione delle sevizie della Diaz e di Bolzaneto, un’opposizione violenta e anch’essa vile, come gli era riuscito nei decenni precedenti). Anche la legalità può essere una copertura per la viltà. Un leghista, pare Maroni, ha detto che lui lascia passare i pedoni se hanno il verde, ma se hanno il rosso li mette sotto. Una nobile metafora, tipica dei leghisti, quelli che sentono il bisogno di immaginare pallottole, guerre di secessione e cannoneggiamenti di barconi di immigrati mentre mescolano la polenta. Poi si accontentano di montare la bull-bar sul muso del SUV, nell’indifferenza dello Stato.

Un’ideologia piuttosto ridicola per atti di viltà è la passione sportiva. L’omicidio di Gabriele Sandri da parte di un agente di PS è stato un altro atto non proprio da medaglia, scaturito nel clima di viltà degli scontri per il calcio; un clima dionisiaco, cioè “gasato”, che contagia anche coloro che dovrebbero mantenere l’ordine. All’omicidio Sandri sono immediatamente seguiti i vili atti di teppismo che gli ultrà sono stati lasciati liberi di compiere in risposta all’omicidio, e che hanno consumato senza farsi troppo pregare. Accettando di rincorrere quest’osso hanno accettato di venire segregati moralmente nel recinto dei teppisti, portandosi dietro anche la figura di Sandri, e aiutando quindi la difesa del poliziotto, che è la difesa degli apparati e dei loro abusi. La prassi della violenza legata al calcio semplicemente non dovrebbe esistere, eliminata dalle misure di sicurezza e dalla repressione giudiziaria; mentre in Italia questa viltà viene artificialmente mantenuta in vita dal potere. Dopo l’omicidio Sandri e i successivi disordini gli ultrà hanno presentato allo stadio uno striscione con una scritta inaspettatamente profonda, che non vedremo su “Striscia” ma dovrebbe essere ricordata: “Lo Stato uccide in silenzio”. E’ proprio vero; ed è per questo che bisognerebbe essere attenti a rifiutare le sue insidie; non solo le sue provocazioni, ma anche, e soprattutto, il suo lassismo strumentale; come il consentire le risse tra tifosi e i danneggiamenti nei “circenses” di fine settimana. Se non ci fossero questi sfoghi della domenica forse il lunedì i tifosi si chiederebbero quali sono le responsabilità del sistema, e quali le proprie, per la loro insoddisfazione.

I magistrati hanno parte in questa coltivazione delle viltà. Se dipendesse solo dal magistrato medio, atti vili gravissimi come il pestaggio mortale in quattro di Federico Aldrovandi verrebbero tenuti nascosti e impuniti, a spese della figura della vittima; come stava appunto avvenendo anche per Aldrovandi. Ma, per un atto di viltà che viene lasciato emergere, in maniera controllata, con più fumo che arrosto sul piano della definizione delle responsabilità e delle sanzioni, molti sono quelli che i magistrati contribuiscono ad occultare, condividendo così la viltà coi poliziotti che spalleggiano. La coltivazione della viltà è un potente fattore antidemocratico e di illegalità: non solo è intrinsecamente contraria allo spirito democratico, non solo porta con sé la propensione ad accettare l’illegalità, ma crea una volontà popolare che a sua volta desidera cose vili. La coltivazione della viltà può spiegare alcuni apparenti paradossi delle preferenze degli elettori, che sembrano rivolte a farsi comandare dai peggiori. Dove si coltiva la viltà, cresce una “democrazia” mutante, che esprime il peggio della volontà popolare. La coltivazione della viltà è uno dei modi, come il controllo dell’informazione, coi quali il potere nega la democrazia che formalmente riconosce. La viltà nel cagionare morte o lesioni andrebbe considerata come una precisa aggravante, per le sue conseguenze politiche.

Per le ragioni dette, la viltà viene protetta non solo nelle istituzioni, ma anche nelle sue forme consentite ai cittadini. Nel caso Bagnaresi, il Questore di Asti ha stabilito subito che è stata “solo una fatalità”. La nozione che gli automezzi possono essere facilmente usati come armi improprie, per intimidire se non per colpire, soprattutto nei disordini di piazza, è stata esclusa a priori dalla polizia, che invece su questo tema dovrebbe saperne qualche cosa. Anche i magistrati della locale Procura si sono affrettati a giustificare l’autista con argomenti da avvocato della difesa. Argomenti basati sulla codardia: l’autista si sarebbe messo paura percependo un clima “di grave pericolo” (Bus assaltato, meno grave posizione autista. Ansa 31 mar 2008). Pare, non è certo, che i parmensi si siano tolti le cinghie dei pantaloni e che alcuni siano usciti dall’autogrill brandendo delle bottiglie, e che forse ne abbiano lanciata qualcuna. Per sapere se si sono picchiati bisognerà attendere ancora: non dev’essere stata una grande rissa, se c’è stata. L’autista si sarebbe tanto impaurito al pensiero delle cose tremende che stavano per succedergli da imboccare l’autostrada lasciando a terra alcuni juventini nelle mani dei parmensi. I magistrati scusano con questi argomenti un autista che ha fatto avanzare alla cieca in un assembramento un mezzo per passeggeri del peso di diverse tonnellate. Chi ha la responsabilità di condurre un pullman, un mezzo lento ma pesante, che può sviluppare una quantità di moto sufficiente ad abbattere una folla di persone come birilli, è in una posizione non molto diversa, quanto a responsabilità, da quella di un pilota d’aereo; e non può comportarsi da fifone, comandando al mezzo manovre inconsulte come una vecchia signora che si spaventa per un lavavetri mentre va a fare la spesa con l’utilitaria. L’accusa per l’autista è di omicidio colposo, come per i quattro poliziotti che hanno massacrato Aldrovandi. Ma la sua posizione potrebbe alleggerirsi ulteriormente. Speriamo che almeno cambi mestiere, e ne scelga uno più adatto.

Appaiono esserci stranezze nella dinamica ufficiale dell’incidente: un giovane, in buona forma fisica, che in quel momento non poteva avere la testa tra le nuvole, si fa travolgere da un pullman in partenza, che è rumoroso, ha una grande sagoma e una bassa accelerazione. Bagnaresi si trovava all’angolo anteriore sinistro, sotto il naso dell’autista. I soggetti, l’autista e il pedone, sono come assenti. In un post che non è stato pubblicato osservavo che l’ufficialità produce spiegazioni acrobatiche e “senza soggetto” quando vuole giustificare alcune uccisioni (Federico Aldrovandi: un altro omicidio senza soggetto? ). Non si parla della possibilità che l’autista degli juventini, in quell’atmosfera eccitata, abbia voluto dare il suo contributo al piccolo rito di viltà che con la benedizione del potere si stava celebrando sul piazzale dell’autogrill, come in decine di altri luoghi essendo domenica di campionato. Ovvero, la possibilità che, avendo a sua disposizione uno strumento potente, che conosceva bene, l’autista abbia fatto corpo unico con questo strumento, per compiere volutamente un gesto violento, contando sull’improbabilità che andasse a segno; come ha fatto l’agente Spaccarotella con la sua pistola nell’omicidio Sandri. Il codice non scritto della strada prescrive che ha diritto di precedenza chi ha il mezzo più grosso; gli autisti di mezzi pesanti, anche quelli di aziende pubbliche, applicano a volte questo codice dei vigliacchi; e i magistrati lo sanno. Esempio classico di esercizio di viltà al volante è quello dell’autista che procede a passo d’uomo contro un pedone, o un ciclista, dandogli tutto il tempo di scansarsi, ma obbligandolo a spostarsi se non vuole essere spinto dal mezzo e alla fine cadere e venirne travolto. (Lo fanno, con chi se ne sta andando per i fatti suoi, anche i CC; provocare e vilipendere per cercare di trasformare il dissenso e la denuncia in devianza ed emarginazione è uno dei loro compiti non ufficiali; e continueranno a farlo, con questi magistrati).

Una pistola, e anche un automezzo, hanno effetti di amplificazione della viltà; macchine magiche che tramutano i sogni dei vili in fatti. Basta accoppiare alla pulsione violenta una forza pari a qualche etto sulla leva del grilletto o su quella dell’acceleratore o sul volante perché la maledizione sia esaudita, e un ghiribizzo mentale di morte si trasformi nella marmorea realtà della morte. In una società giusta quegli etti una volta posti sul piatto della bilancia della giustizia tornano ad essere i macigni che in effetti sono; non vengono ulteriormente ridotti a grammi. Quanto sono materni invece questi PM con l’autista che ha schiacciato Bagnaresi; c’é il dubbio che stiano giustificando la viltà con la viltà. Un sospetto non infondato visto che la ricercata versione che esclude qualsiasi componente dolosa è stata da loro avallata ancor prima di raccogliere e valutare tutti i dati, incluse le testimonianze; introducendo quindi un vizio metodologico irreversibile. Se fosse così, i magistrati starebbero attuando quello che i magistrati attuano molto più spesso di quanto non si dica: la conservazione dello status quo criminogeno. In questo caso, la coltivazione della viltà, con la quale lo Stato può meglio uccidere in silenzio.

Giuliani e Bagnaresi si sarebbero volentieri dedicati ad attività più elevate, se fossero stati ben indirizzati. Sono morti per essersi trovati in una scena vile, nell’ora della viltà, in una veste vile; ma non con un animo vile, tutt’altro: erano lì per una loro generosità, mal riposta; e forse, all’interno di questa cornice di viltà, sono morti per avere dispiegato, nei brevi istanti della loro uccisione, un certo coraggio fisico, che ha fatto scattare la viltà altrui come per un riflesso condizionato. Sono vittime esemplari della coltivazione della viltà; vittime di chi ha fatto loro abbracciare, sfruttando l’inesperienza della giovinezza, le scelte fondamentali, essenzialmente vili, dell’hooliganismo, e delle facili scampagnate barricadere contro un potere che è colpevole di altre sudicerie, ma non è quello del Cile di Pinochet o del Messico della macelleria di Tatletololco; vittime di chi ha fomentato anche nel fronte opposto, quello delle persone “perbene”, il clima di viltà dal quale sono scaturiti gli atti vili che li hanno uccisi. Sono morti nella morsa della cultura della viltà, che opprime e a volte alla fine schiaccia. I loro casi paradigmatici mostrano quanto sia pericolosa la spirale e la gabbia della viltà. Mostrano come non vada sottovalutata la costante azione del potere volta a degradare e svilire, a indurre i cittadini a mandare in vacca la propria dignità umana; di come vada temuto l’apparente permissivismo dello stesso potere che poi punterà l’indice per accusare, e si arrogherà il compito di “educare alla legalità” mentre ciò di cui è maestro è il malaffare. Un modo per trasformare la tragica e ingiusta morte dei due giovani in qualcosa di positivo è prendere atto di questa funzione antipedagogica dell’establishment: la coltivazione della viltà. Se la conosci la eviti. Occorre non cadere nel fango nel quale vorrebbero trascinarci quelli che ci sguazzano.
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La prima liberta’ e’ la liberta’ dalla bugia

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27 dicembre 2017

Blog de Il Fatto

Commento al post “G8 di Genova, promosso a questore il poliziotto che accusò i no-global di aver ucciso Carlo Giuliani”

Del neo questore Lauro non sappiamo molto. Sappiamo, dall’episodio di Piazza Alimonda dove accusò subito i manifestanti di avere ammazzato loro, “pezzi di m.”, Giuliani, che tende a giungere a conclusioni frettolose nelle indagini. Ma forse non è così: ha invece mostrato il pregio, dal punto di vista di chi seleziona la classe dirigente italiana, di essere prontissimo nel mistificare. La tecnica dello scambiare le parti tra aggressore e vittima si può fare risalire alla moglie di Putifarre, che, racconta la Bibbia, accusò Giuseppe di avere tentato di farle violenza non essendo riuscita a sedurlo. Nel 1947 il mafioso Ofria, braccio destro del massone Soresi, partecipò ad un assalto con mitra e bombe a mano contro una sede del PCI. Vi furono morti e feriti. Uno dei feriti colpì a sua volta Ofria con un colpo di pistola. Il commissario capo di Polizia di Partinico, Agnello, scagionò Ofria inserendolo nell’elenco degli aggrediti. Impastato fu assassinato dalla mafia in modo da essere poi fatto passare per un dinamitardo da inquirenti predisposti a questo falso. Posso testimoniare che anche oggi i pezzi di m. veri delle istituzioni nell’eseguire l’atto di proscrizione decretato dai loro padroni verso qualcuno troppo onesto per le loro attività fanno di tutto per costruirgli una figura di deviante, di soggetto da controllare, tramite provocazioni e costruzione di false prove.

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3 novembre 2020

Blog de Il Fatto

Commento al post “Promossi due poliziotti condannati per il G8 di Genova, lo “sconcerto” di Amnesty, Arci e Leu. Il dipartimento: “Avanzamento automatico” “

Si parla tanto di fine rieducativo della pena. Molto meno del suo fine educativo: del segnale dissuasivo, tramite condanne “pedagogiche”, a chi volesse emulare i colpevoli. Come il troncare la carriera, con l’interdizione dai pubblici uffici, di coloro che hanno usato il potere dello Stato a fini aberranti. Pene serie, pene senza la comica finale, a funzionari pubblici che commettano reati magari controvoglia peserebbero nel calcolo costi/benefici dei futuri crimini di loro colleghi; a vantaggio dell’onore e credibilità della loro stessa categoria.

Quando vogliono i magistrati esercitano questa attività deterrente. Per i Ciontoli in riforma di una sentenza scandalosa hanno fatto sul serio, mandando il messaggio che seguire il consiglio di Machiavelli, di uccidere coloro ai quali si è fatto un grave torto, non è così conveniente; e che il crimine familiare può portare in carcere l’intera famiglia.

Purtroppo per i crimini di controllo, quelli commissionati dall’alto per controllare il Paese, nei quali rientrano i fatti del G8, continua a essere ripetuto il messaggio che il coraggioso muore una volta sola ma il vile viene promosso molte volte prima di andare in pensione.

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8 novembre 2023

Blog de Il Fatto

Commento al post di P. Frosina “Il pm del processo Diaz bocciato nella corsa a pg di Genova: era l’unico candidato, ma con una forzatura il Csm “resuscita” uno sfidante”

In ecologia si chiamano “guilds”*, cioè corporazioni, confraternite, i gruppi di specie diverse che sfruttano le stesse risorse. Il concetto di ecological guild è utile anche per la valutazione politica di fenomeni sociologici: i magistrati e le forze di polizia appartengono alla stessa ecological guild rispetto all’esecuzione di operazioni eversive ordinate da poteri forti sovranazionali. Dai pestaggi pianificati del G8** alla strage di innesco covid***.

Magistrati come Zucca salvano il concetto fondante che fa coincidere la giustizia con il lavoro dei magistrati. Un principio di civiltà, la cui dismissione porta alla barbarie; ma che dovrebbe essere visto criticamente, alla luce dei comportamenti reali di questa corporazione che non è diversa da altre più umili nel crearsi la sua “nicchia trofica” senza andare per il sottile; dietro a fumosi bizantinismi. Soprattutto andrebbero esaminate le coalescenze con gli apparati che dal dopoguerra pilotano il Paese con la violenza per conto dei poteri che fanno dell’Italia un protettorato. Dietro all’ostentazione di figure simbolo; in realtà rigettate dai colleghi come contrarie alle necessità ecologiche, cioè agli interessi corporativi, prima di essere epurate via assassinio dalle forze che impongono i veri criteri di selezione della classe dirigente.

*Guilds (ecology). Wikipedia.
**Fracassi F. G8 gate. 2011.
*** Il livello Scarantino, palazzo Zanardelli e la strage covid in Lombardia orientale

Commento agli auguri di Pasqua 2008 del vescovo di Brescia su Youtube

23 March 2008

YouTube


Auguri. Questo è un buon uso dell’occhio elettronico. A Brescia Voi autorità usate le telecamere e la polizia anche per mettere in croce chi ostacola affari inconfessabili. Oggetti come i chiodi e la Croce sono strumenti di tortura poveri e rozzi, che nella loro evidente materialità denunciano la perdita di umanità degli stessi torturatori. L’elettronica oggi invece fornisce ai violenti i mezzi per miserabili imitazioni dell’onniscienza e onnipotenza divine.

Come è morto Rino Gaetano

28 February 2008

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Post del 28 feb 2008

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Gli ultimi decenni del Novecento potrebbero essere ricordati come l’epoca dei cantautori: uno squadrone di artisti che ha prodotto un vasto corpus di canzoni bellissime, che rimarranno. Tra di loro, non tra i più grandi ma nemmeno tra gli ultimi, sta, un po’ in disparte, Rino Gaetano. Può darsi che la fioritura dei cantautori sia dipesa dal grande balzo economico che l’Italia compì in quegli anni, e dalla rivoluzione culturale che l’accompagnò. La tumultuosa mutazione antropologica di quegli anni Gaetano, il cui notevole talento attingeva a profonde radici popolari, l’ha contestata non meno di quanto non l’abbia accettata e cavalcata. Nel suo anticonformismo era presente una vena di scetticismo popolare in realtà conservatore: risuonava nelle sue canzoni una protesta rispetto alle lacerazioni e ai peggioramenti che accompagnavano il progresso.

La fiction RAI sulla vita di Rino Gaetano, in due puntate, andata in onda l’11 e il 12 novembre 2007, è stata ritrasmessa il 27 febbraio 2008, in occasione del Festival di Sanremo, sempre in prima serata e sulla prima rete ma ridotta a una sola puntata. La fiction si apre con un Rino Gaetano che si sente male, solo nella sua grande villa. Prima di perdere conoscenza chiama al telefono il padre e invoca il suo aiuto. Il padre arriva alla fine della fiction. Sfonda un vetro, soccorre il figlio e lo consola. Questo flash-forward racchiude tutto il resto del film, che spiega come Rino Gaetano si sia ridotto così: ambizione, egoismo, scorrettezze, opportunismo, ingratitudine, alcolismo e cialtronerie varie dopo una breve ascesa l’hanno condotto a restare solo come un cane. E così resterebbe se il padre, dimenticando i maltrattamenti ricevuti da Rino, non intervenisse a salvarlo. Tra i tanti difetti di Gaetano, spiega la fiction, c’era anche un pessimo rapporto col padre: secondo la fiction, Rino fece venire un infarto al padre, e continuò a urlargli insolenze anche durante la convalescenza. Una volta che Rino ritorna bambino tra le braccia del padre, la fiction lo fa morire: ce lo mostra ancora per pochi secondi, mentre al volante della sua auto, rinfrancato, va verso l’incidente automobilistico nel quale perderà la vita. Scorrono poi spezzoni del vero Rino Gaetano.

L’immagine di Rino Gaetano ai ferri corti col padre è inventata, come molti altri aspetti che nella fiction gettano una luce negativa sull’artista. Rino Gaetano aveva avuto qualche scontro col padre, cosa frequente e normale per i giovani, soprattutto se intendono scegliere carriere artistiche. Ciò di cui vuole parlare la fiction è altro: non il rapporto col padre biologico, ma quello con la figura del padre. Con questa figura, Rino Gaetano aveva un rapporto esemplare, che in Italia è rarissimo tra i personaggi famosi: la contestava radicalmente. Nel senso che contestava radicalmente ciò che equivale alla figura del padre: l’autorità. In Italia, paese intimamente pretesco, non si contesta davvero l’autorità. E’ facile che se ne contesti una parte; allo scopo di sostenere un’altra parte. Ma deve pur esserci un’autorità da onorare; un padre, sacro e intoccabile anche quando sbaglia, da amare e al quale obbedire incondizionatamente, ricevendone in cambio amore e protezione. In Italia si lotta non contro il potere, ma tra pari, per accaparrarsi la benevolenza del potere; come ha osservato Umberto Saba, che ha scritto che gli italiani differiscono dagli altri popoli in quanto non sono parricidi ma fratricidi: non “uccidono” il padre – secondo l’espressione con la quale Freud indica la via verso la maturità – ma uccidono i fratelli, per ottenere l’esclusiva dell’amore del padre. L’inno di Mameli non sarà grande musica, ma il titolo, anche se si riferiva ad altro, è azzeccatissimo. Anche il “popolo dei blog”, apparentemente severo con i governanti, è all’affannosa ricerca di figure parentali sostitutive alle quali affidarsi. Così per esempio i bloggers si aggrappano a figure pubbliche come Di Pietro, che, a giudicare da quelli che ha fatto eleggere in Parlamento con i voti ottenuti, o dalle posizioni sulla TAV, per i bloggers progressisti è un appiglio che appare di granito ma ha la consistenza del marzapane. L’attuale contestazione dei bloggers al sistema vede un’altra fonte di potere pulito nella magistratura; uno dei maggiori capisaldi del potere, storicamente non estranea, nel suo insieme, al sistema di corruzione e manipolazione del quale ci si lamenta. Ma contestare tutta l’autorità non suona bene. Non si può fare di tutto il potere un fascio. Se c’è un potere cattivo, dev’esserci un potere buono, sotto le cui ali rifugiarsi. Basta scambiare l’eccezione con la norma, guardare a quelle figure di potere altamente positive, la sparuta minoranza di autentici martiri del dovere, e si ha il nullaosta per dirsi sostenitori di un’intera classe riverita e forte.

Rino Gaetano invece non cercava il potere buono. Contestava il potere apertamente gaglioffo, e contestava la retorica buonista con la quale il potere spesso maschera il suo vero volto. Vedi ad esempio “Le beatitudini”, reperibile su Youtube. Gaetano, la cui poetica ha diverse altre componenti oltre a quella della denuncia politica, castigava i potenti con un sarcasmo sorridente, senza acrimonia e senza sconti, in modo lieve; non con barbosi discorsi ma con canzoni deliziose; e includeva nell’autorità anche la sussiegosa sinistra, e anche quella sessantottina. Che oggi si è ricordata di lui, con Venditti, bravo cantautore, e cantautore di partito, che ha avuto il buon gusto di insinuare, all’indomani della fiction, mentre ferveva la polemica, che Gaetano assumeva cocaina. Venendo quindi querelato dalla sorella del cantante. Un bel modo dell’autore di “Dolce Enrico”, dedicata alla memoria di Berlinguer, per inaugurare la sua nuova vita come credente. Negli stessi giorni Venditti, nel lanciare il suo ultimo album, dichiarava: “Io riscopro l’idea di Gesù e credo nella redenzione e nel perdono” (il Giornale, 16 nov 2007). Mentre Rino Gaetano, che ha ironizzato sui beati del mondo terreno, viene messo dalla RAI tra i dannati, altri cantautori, che invece sono sempre stati ben intonati ai tempi, restano a galla passando dal fumo delle “canne” a quello dell’incenso liturgico. Poche settimane dopo, un’altra interessante rivelazione di un altro cantautore con un grande orecchio per le note e con un ottimo fiuto per il vento: “Dalla rivela: mi piace l’Opus Dei” (Corsera, 27 dic 07). (Nello stesso periodo hanno intravisto la luce anche altre figure guida della sinistra, D’Alema e Bertinotti: “D’Alema, ‘Sento il fascino della fede’ “. Post di Paolo de Gregorio su http://www.marcotravaglio.it del 4 dic 07).

Il modo col quale Rino Gaetano come artista si opponeva alla figura del padre era, e sarebbe, salutare per l’Italia. Gaetano mostrava il ruolo che dovrebbero avere gli artisti leggeri che si dicono impegnati: esporre, mettere alla berlina, gli abusi del potere in tutte le sue forme, e non solo in alcune. Un genere di contestazione globale verso l’autorità non rara all’estero, ma estraneo alla nostra mentalità. Il costante atteggiamento critico verso il potere da parte dei cittadini è una delle componenti necessarie delle democrazia autentiche; ma in Italia il rifiutare di scegliersi un’appartenenza a un gruppo, o personaggio, potente o famoso, viene accomunato all’essere anarchici, o eversori. Si può essere guelfi o ghibellini. Meglio ancora se si cambia a seconda delle convenienze, o se si sta con entrambi (gridando all’antipolitica se qualcuno lo fa notare). Ma chi critica sia l’imperatore sia il papa è un caso anomalo che non deve fare testo. L’opposizione dev’essere orizzontale, nella forma canonica tra destra e sinistra. Non importa se si tratta di una finzione, sempre più evidente. L’opposizione verticale, tra chi comanda e chi obbedisce, non è tollerata. Non sto dicendo che si debba contestare l’autorità per partito preso; Rino Gaetano però costituiva un antidoto al vizio italico di cercarsi, una volta usciti almeno psicologicamente dalla famiglia, un secondo padre; un protettore, una figura genitoriale di riferimento. Atteggiamento diffuso a sinistra non meno che a destra.

L’indisciplina di Rino Gaetano è inaccettabile per il clero, che inoltre se la deve essere legata la dito per “Le beatitudini”, dove viene incluso tra i beati di questo mondo; e avrà indispettito anche i tanti vassalli dei vari poteri. La fiction è stata prodotta da Claudia Mori, moglie di Celentano; che è un maestro non solo del fare spettacolo, ma anche nel servire il potere fingendo contestazioni e provocazioni radicali. L’omologo innocuo di Rino Gaetano. Il responsabile della fiction su Rino Gaetano come direttore di RAI fiction è stato Agostino Saccà, per il quale recentemente è stato chiesto il rinvio a giudizio per corruzione. Si può immaginare con quale trasporto Saccà, il dirigente che ha portato alla formulazione di una “summa divisio” dei dipendenti RAI in raccomandati e prostituiti, abbia fatto produrre un film su Gaetano; che ha cantato di “parlamentari ladri”, e ha scritto un canzone, “Il letto di Lucia” dove anche “tre ministri scalda poltrone” insieme ad altre figure del sottobosco parassitario frequentano il letto dell’ospitale ragazza. Abbiamo sentito l’intercettazione nella quale Saccà bacia la pantofola a Berlusconi, intrattenendo un paragone tra il sommo bauscia e il Sommo pontefice. Questo è saper stare al mondo. Se non volete strisciare davanti a Berlusconi, strisciate davanti a qualche altro potente, a vostra scelta. Ma non rimanete impalati, figlioli. Per il vostro bene, se non volete fare la fine di Rino Gaetano.

Rino Gaetano dovrebbe essere preso come esempio, soprattutto dai bloggers, di come sia possibile, e a volte doveroso, fare a meno di cercare un grande papà. Gaetano, “nazional-popolare”, rappresenta la condanna netta e il rifiuto radicale del gioco corrotto del potere da parte delle masse; mentre il potere vuole incanalare e addormentare il dissenso mettendolo al seguito del pifferaio di turno, del gigante buono che ricondurrà le pecorelle all’ovile. La falsa biografia RAI di Gaetano è spiegabile così. Una nuova parabola del figliol prodigo. Se contesti il potere, tutto il potere, non puoi che essere una persona da poco, anche se con qualche talento; un perduto, che finisce male, esanime tra le braccia misericordiose del padre che ha ripudiato. Con la scusa di celebrare un grande artista “maudit”, con le sue luci e le sue ombre, la RAI ha commesso un autentico vilipendio a fini ideologici verso la memoria di una persona che era una voce preziosa e morì giovane. Questo è anche il dazio richiesto per lo sfruttamento commerciale della sua opera, che si vuole banalizzata, ridotta a quel generico mugugno prossimo al qualunquismo che è tipico delle persone che accumulano fallimenti; per esempio, il Gaetano della fiction RAI.

Rino Gaetano in realtà non è morto solo e cornuto, respinto sia dagli amici che dalla fidanzata, incinta di un altro; come ci racconta il nostro servizio televisivo pubblico, che sembra aver affidato il copione a Cetto La Qualunque, oltre che a uno psicanalista. (Questo insulto della fidanzata che si rivolge ad un altro è stato tagliato nella versione ridotta). E’ morto, a 31 anni, pochi giorni prima della data fissata per il suo matrimonio, in seguito all’incidente avvenuto la notte del 2 giugno 1981 sulla Nomentana, all’altezza di Viale XXI Aprile. Il policlinico universitario della capitale è poco distante dal luogo dell’incidente, a qualche minuto di ambulanza, ma non era attrezzato per trattare le teste rotte. C’era di mezzo un ricorso al TAR, nell’ambito di una lotta per un primariato; siamo in uno Stato di diritto, mica nell’Italia grottesca descritta da Gaetano. Gaetano è spirato diverse ore dopo l’incidente, dopo che cinque altri ospedali l’hanno rifiutato, quando l’ambulanza era arrivata fino al policlinico Gemelli, che è da un altro lato della città, a oltre una decina di chilometri. Il film, che inventa tante vergognose calunnie, omette questa vergognosa realtà, che resta vergognosa anche se, secondo quanto risulterebbe dall’autopsia, le lesioni, gravissime, non avrebbero comunque lasciato possibilità di salvare Gaetano. L’ha omessa completamente anche il documentario su Rino Gaetano della serie “La storia siamo noi”, di Giovanni Minoli, che secondo la RAI compenserebbe la fiction con l’oggettività del reportage storico.

I magistrati avrebbero dovuto fare chiarezza sull’accaduto, che riguardava una persona nota per le sue critiche verso i potenti; se non altro per fugare dubbi e tranquillizzare un’opinione pubblica già surriscaldata. In quegli anni erano morte in maniera strana e sospetta, a volte per incidente automobilistico, molte persone che avevano detto o stavano per dire cose scomode. La musica trascina gli uomini, e anche un cantante può essere un problema rilevante per il potere; come mostrava l’uccisione, avvenuta pochi anni prima, del cantante cileno Victor Jara da parte dagli sgherri di Pinochet. Prima di finirlo a Jara spezzarono le dita, con le quali aveva suonato la chitarra per accompagnare le sue canzoni in favore del movimento popolare. I magistrati non hanno neppure ritenuto, indipendentemente dalle caratteristiche politiche della vittima, di dover risalire ad eventuali responsabilità penali per una tale lacuna del servizio pubblico che doveva soccorrere i traumatizzati gravi. Una lacuna su un’area di circa 200 km quadrati abitata da oltre 3 milioni di persone, che corrisponde al nome di “Roma”. Quest’omissione del potere togato a favore dei camici bianchi, e dei politici e degli amministratori responsabili della sanità, aiuta a comprendere come, trent’anni dopo, il policlinico in questione, l’Umberto I, sia tuttora agli onori delle cronache per le sue inefficienze da film di Sordi.

Così è scomparso un cantautore che nella stessa canzonetta, “Nuntereggaepiù”, ha accostato, raggiungendo il grande pubblico, iscritti e sostenitori della P2 ad una voce con accento sardo, l’accento di Berlinguer, che dice “Il nostro è un partito serio”. (Questo passo della canzone è omesso dai filmati televisivi che ho trovato su Youtube; e naturalmente dalla fiction RAI). Chissà cosa canterebbe oggi su D’Alema, allora. Da anni gira nel circuito metropolitano la voce che Gaetano sia stato volutamente eliminato, sorta anche perché in una sua canzone Gaetano parla di una persona che muore dopo essere stato rifiutato da cinque ospedali romani. Non c’è tra le notizie comunemente disponibili alcun elemento solido sul quale poggiare l’ipotesi. E’ invece plausibile la supposizione che, se fosse vissuto, passati gli anni Settanta lo avrebbero censurato, boicottandolo ed emarginandolo, se non avesse ammorbidito i testi: in Italia il sistema è tale che possono bastare poche semplici misure incruente per troncare le dita a chi non vuole cambiare musica. La morte di Rino Gaetano appare come uno di quei tiri mancini della sorte per i quali a volte sembra che i pochi che “in mezzo all’inferno non sono inferno, che bisognerebbe far durare, e dargli spazio” (Calvino) spariscano “senza grandi disturbi”, secondo le parole del giudizioso Lucio Dalla. Ma questa imbrattatura postuma della vita e morte di Rino Gaetano, sistematica e accanita, di sicuro non è stata un caso.

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26 febbraio 2023

Blog de Il Fatto

Commento al post “Domenica In, Maria Falcone: “Volevo dire grazie a Maurizio Costanzo, nessuno si rende conto di quello che ha fatto nella lotta contro la mafia””

“… nell’immediato dopoguerra e fino ai tragici fatti di sangue della prima guerra di mafia degli anni ’62-’63, gli organismi responsabili e i mezzi d’informazione sembrano fare a gara per minimizzare il fenomeno mafioso” (G. Falcone). Invece dopo, e soprattutto con la caduta del Muro, la mafia è divenuta spettacolo; e la lotta alla mafia di cosca è divenuta il grande alibi per la mafia di Stato. Credo che tra le multiple finalità delle stragi di Capaci e via D’Amelio vi fosse anche questa. Costanzo il piduista ha contribuito alla spettacolarizzazione della mafia e all’uso della lotta alla mafia come paravento sacralizzante per il piduismo, la mafia di Stato, che ha portato al declino della Seconda repubblica, e oggi sul ciglio del baratro; alla creazione di un carrozzone antimafia che prospera, e giudica scostumato chiedere l’eradicazione della mafia; e che si è unito a una compagine mediatica, anch’essa pro-potere come l’antimafia da salotto, che Costanzo ha grandemente contribuito a selezionare. Parce sepulto, bene ricordarne alcune qualità artistiche, ma ormai mancano solo i petali dall’elicottero. Davanti a questa gara di epicedi per la morte di un 84enne torna in mente “Nuntareggae più”, che cita Costanzo (di Rino Gaetano, che Costanzo non mancò di esibire in suo talk). L’interminabile passerella singhiozzante dei beneficiati da Costanzo mostra quanto e come sia selezionata e imbrigliata la comunicazione televisiva.


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Definizioni calde e definizioni fredde della mafia

22 February 2008

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Post del 22 feb 08

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La ‘ndrangheta sta prendendo il posto di Cosa nostra come mafia principale: come entità provvista di caratteristiche che, facendole trascendere il piano della criminalità organizzata, ne fanno l’antagonista dello Stato. Il contraltare della legalità. Un’ulteriore consacrazione è avvenuta con la relazione della Commissione parlamentare antimafia, rilasciata in questi giorni, per la prima volta dedicata alla ‘ndrangheta. La relazione è stata così riassunta ai giornalisti dal Presidente Forgione, che nel 1994 fu l’autore di “Oltre la cupola – Massoneria, mafia, politica.”, un libro illuminante sulla natura della criminalità organizzata calabrese: “Il contagio delle ‘ndrine da Limbadi e Rosarno all´Australia. Da San Luca a Duisburg. Molecole criminali che schizzano, si diffondono e si riproducono nel mondo. Una mafia liquida, che si infiltra dappertutto, riproducendo, in luoghi lontanissimi da quelli in cui è nata, il medesimo antico, elementare ed efficace modello organizzativo.” “Alla maniera di Al Qaida con un´analoga struttura tentacolare priva di una direzione strategica, ma caratterizzata da una sorta di intelligenza organica, di una vitalità che è quella delle neoplasie, e munita di una ragione sociale di enorme, temibile affidabilità”. Tali commenti della Commissione antimafia ripetono e abbelliscono, con un elegante stile barocchetto, il parere internazionale su questo nostro prodotto: “As One Mafia Fades, Italy Faces Another Organized Crime Group, The ‘‘ndrangheta, Is Responsible For 80% Of Europe’s Cocaine Imports. (CBS e Christian science monitor, 10 nov 2007). “Loretta Napoleoni: «La ‘ndrangheta è l’unica associazione criminosa davvero globalizzata»” (http://www.giovaniemissione.it 17 ago 2007).

La descrizione di Forgione va ad aggiungersi alle altre definizioni della mafia che possono essere chiamate “calde”. Questa è così calda che la mafia passa dallo stato solido a quello liquido, o addirittura gassoso, visto che si paragonano le ‘ndrine a molecole che schizzano liberamente raggiungendo, com’è proprietà dei gas, qualunque zona del contenitore, che in questo caso è il mondo. Più che i libri di Bauman, il sociologo della “modernità liquida”, i fumetti di Batman: siamo a Gotham City, un luogo già inquietante, e un mostro, un moderno Proteo, incombe sulla città; ma c’è chi ci può proteggere: le nostre gloriose istituzioni. Alle numerose definizioni calde si contrappone un numero minore di definizioni “fredde” della mafia. Le definizioni calde esaltano gli aspetti simbolici della mafia, mentre quelle fredde considerano la mafia come un caso. La premessa di una mafia-simbolo porta a conclusioni diverse, e a volte lontane, dalla premessa di una mafia-caso. La più nota definizione fredda è quella di Giovanni Falcone: “La mafia è un fatto umano e, come i fatti umani, ha un inizio e una fine”. Falcone, con questa frase che dovrebbe rappresentare un’ovvietà, ha speso la sua autorevolezza per correggere impostazioni errate. Ha indicato la necessità di desacralizzare la mafia e di ricollocarla nel contesto corretto, quello storico.

La protezione da parte del potere appare come il concetto chiave per definire la mafia. Una doppia protezione: protezione reale sottobanco della mafia, e protezione alla mafiosa dei cittadini dalla mafia stessa in cambio del pizzo del consenso e della sottomissione. Il risultato è che la mafia viene tenuta sotto controllo, viene repressa, ma non viene bloccata né tanto meno viene eradicata. Le spiegazioni calde tendono a spaventare il pubblico e a giustificare il fallimento della lotta alla mafia. Presentando la mafia come l’impero del male, invece di vergognarsi di avere lasciato libero qualche boss per decenni, quando lo si va a prendere si celebra la sua tardiva cattura con un trionfo da vittoria di guerra. (Meriti che a volte poi vengono spesi in operazioni sporche in altri campi). Forse le definizioni fredde possono essere ridotte a questa: la mafia è un’organizzazione di delinquentacci che è stata scelta dal potere per la gestione di alcuni grandi traffici, ed è pertanto protetta dal potere. L’organizzazione è composta, soprattutto nei suoi ranghi superiori, da soggetti di elevatissimo spessore criminale, a volte autentici sociopatici. Il loro successo, o meglio la loro cooptazione, poggia anche su importanti fattori culturali e antropologici, che li rendono particolarmente adatti a gestire grandi traffici. Ma ciò che li rende invincibili, e che perciò li rende mostruosi, è la protezione. Non è che i tedeschi o gli australiani si mettano paura dei tamarri malavitosi che dalle tante montagne e poche pianure della Calabria sono arrivati fin lì, confusi nella diaspora dei calabresi onesti. (La Calabria è sia la regione più povera, sia quella maggiormente anemizzata dall’emigrazione; oltre un milione di calabresi sono emigrati nel secolo scorso, su una popolazione che attualmente è inferiore ai due milioni. Le città col maggior numero di calabresi non sono in Calabria. Altro che “molecole che schizzano”). Non è che i germanici o gli anglosassoni siano smarriti di fronte alla sopraffina scaltrezza dei criminali reggini o catanzaresi. I tedeschi sono, per limitarsi al dopoguerra, quelli che diedero un taglio al terrorismo suicidando la banda Baader-Meinhof dopo un dirottamento. Gli australiani, che hanno origine da una colonia di soggetti che gli inglesi ritennero opportuno deportare all’altro capo del mondo, non hanno fama di gente che si fa mettere i piedi in testa. Appare più realistico pensare che alla ‘ndrangheta siano state assegnate alcune funzioni a livello internazionale, com’è avvenuto per Cosa nostra, che esplose quando entrò nel traffico mondiale della droga. Ma la mitologia magnogreca sulla mafia continua; così oggi abbiamo uno Stato che sostiene di poter portare democrazia, pace, legalità in scenari come l’Afghanistan; ma di non riuscire a fare lo stesso a casa sua, in paesini come Platì o San Luca, luoghi mitici abitati da mostri antropomorfi. Invece che a un cancro, che è dotato di una sua autonoma capacità di crescita e metastatizzazione, la mafia fa pensare ad un’infezione opportunistica, che insorge e si diffonde fino a devastare l’organismo non per la particolare virulenza dei germi, ma per la debolezza delle difese immunitarie, in un soggetto al quale siano stati inoculati farmaci immunosoppressori.

Un’altra definizione fredda di mafia è quella di Lampedusa nel Gattopardo. Il raffinato osservatore della realtà siciliana, che forse, nel dialogo del principe col deputato piemontese, arzigogola un po’ troppo sul carattere dei siciliani, è breve e reciso sui mafiosi: “si capiva subito che Vincenzino era “uomo d’onore”; uno di quegli imbecilli violenti capaci di ogni strage”. La borghesia mafiosa ha un antesignano in Calogero Sedara, furbo e avido, che diverrà senatore. “Sempre fortunato Don Calogero”, perchè il suocero, quando comincia a diventare “importuno e prepotente” viene trovato morto su una trazzera con “dodici ‘lupare’ nella schiena”. Un arrampicatore senza scrupoli, uno delle “iene e sciacalletti” che come tutti i potenti di turno si credono “il sale della terra”.

C’è un interesse a far vedere la mafia come il Male, inteso in senso esistenziale; un interesse ad avere un babau che spaventando i cittadini conferisca legittimità al potere legale e gli permetta di proseguire i suoi affari “perbene”. La mafia permette di avere un babau in carne e ossa. E di averlo in casa: alcuni politici stranieri devono invidiare i nostri politici per questa comodità di cui avvedutamente non si sono liberati. Così come Al Qaida sta permettendo la guerra permanente contro gli Stati canaglia; così come lo stragismo consentì alla classe dirigente, nelle parole di Pasolini, di “rifarsi una verginità antifascista”, e quindi di proseguire l’andreottiano “tirare a campare”; allo stesso modo la mafia siciliana e ora la ‘ndrangheta conferiscono legittimità allo Stato e alla classe dirigente, che ne hanno tanto bisogno; e fanno sembrare meno gravi i tradimenti dei politici e i loschi affari della borghesia che non spara. Lo stesso Forgione, nel denunciare questo nuovo cavaliere dell’apocalisse conclude che “serve un’opera di pulizia, a partire dalle candidature per le prossime elezioni”. Proprio lui, che si è opposto all’esclusione di indagati, imputati o condannati per mafia nella Commissione parlamentare antimafia, e ci ha messo Alfredo Vito e Cirino Pomicino (Antimafia omeopatica. In: Mani sporche. Barbacetto, Gomez, Travaglio. Pg. 730). Siamo sotto elezioni politiche; fa comodo mostrare la ‘ndrangheta come un blob marziano, capace di permeare ogni interstizio, e presentarsi come dei Catone che difendono la Repubblica. Poi ci sarà tempo per lasciare i toni intensi e ispirati e tornare alla routine, con l’antimafia dei pompieri di Viggiù: “L’antimafia è sempre stata così anche in passato” ha risposto Forgione alle critiche sulla sua concezione di Commissione antimafia (Mani sporche, cit.). Un modello organizzativo antico. La mafia sarà liquida, ma le istituzioni hanno più buchi di uno scolapasta.

Il paragonare la ‘ndrangheta al terrorismo e dipingerla con toni magniloquenti fa ricordare un’altra definizione fredda. Quella di Walter Tobagi, sul terrorismo, mentre saliva il panico: “Non sono samurai invincibili”. Si sono perfino pubblicati saggi che danno interessanti interpretazioni psicoanalitiche della mafia. Contributi utili; insistendo sugli aspetti caldi si rischia però di perdere di vista il nocciolo del problema, che è quello della protezione, della continuità e della condivisione di interessi con il sistema di potere legale. Con una caterva di fiction, di cattiva letteratura, si è fatto in modo di rendere la mafia un genere letterario e cinematografico. Le iene e gli sciacalletti, trasfigurati in figure leonine, come i grandi predatori della savana dei documentari naturalistici affascinano chi non subisce le loro zanne e i loro artigli. Mentre le definizioni fredde della mafia non incontrano i gusti del pubblico. Anche perché possono obbligare il comune cittadino a interrogarsi sulla distanza che lo separa dalla mafia; una distanza che per i milioni di clientes della politica, di beneficiati da consorterie varie, risulterebbe ben minore di quella stratosferica delle descrizioni calde. Le descrizioni fredde piacciono ancora meno a quelli che comandano; sempre fortunati, perché Falcone, e anche Tobagi, che si stavano facendo ingombranti, sono stati uccisi. Lampedusa, l’autore di uno degli ultimi grandi romanzi classici, uno scrittore anti-ideologico, che dice qualcosa di essenziale su come va il mondo, e su come va in Italia e nel Sud, è stato fin dall’inizio sullo stomaco al potere, e preti, comunisti, ex-comunisti e liberisti fanno a gara nel denigrarlo e ricacciarlo nella polvere degli scaffali, tra i minori. Ma la mafia, come grave problema, come piaga, è questo: delinquentacci protetti. Un’organizzazione di delinquentacci protetta in quanto ben inserita in un corso storico. La delinquenza ce la mettono i mafiosi, ma la protezione ce la mette il potere. Senza le alte protezioni, la mafia sarebbe ciò che è stata per decenni, un fenomeno locale e che quindi, volendo, potrebbe essere soffocato coi mezzi moderni; com’è avvenuto per il banditismo sardo. Il suo cospicuo portato sociologico sarebbe pure un fenomeno locale, materia per specialisti, ma non la renderebbe invincibile. Con le protezioni di cui gode, la figura del mafioso, e il suo contorno sociologico, sono stati ingigantiti, fino a fargli effettivamente acquisire statura mondiale. Un modo primitivo del potere, un caso particolare, una sopravvivenza del passato, è divenuto uno dei protagonisti dell’era della globalizzazione. Dev’essere stata terribile, una situazione da dramma di Shakespeare, la condizione di quei pochi uomini delle istituzioni che hanno combattuto veramente la mafia, mirando alla radice che la collega al potere legale; e che hanno scoperto che mentre fronteggiavano dei delinquentacci avevano alle spalle un sistema che protegge gli stessi delinquentacci.
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Diplomi di laurea bruciati sul sagrato. Tornano i roghi?

21 January 2008

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Post del 21 gen 2008

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A Mairano, nella bassa bresciana, alcuni giovani dottori hanno bruciato le loro lauree in un bidone sul sagrato della chiesa parrocchiale di Sant’Andrea, col consenso del parroco. Un segno di solidarietà al Papa secondo “Petrus”, il quotidiano online sul pontificato di Benedetto XVI. Naturalmente i testimoni della Fede, alcuni dei quali amministratori locali di scuola UDC, hanno bruciato delle fotocopie, non gli originali. Questo gesto mette in luce due aspetti. La tirata antiaccademica del clero è appagante per chi non prova un’attrazione eccessiva per la conoscenza. Nel Bresciano, zona ricca e a basso tasso di scolarizzazione, chi è sazio e ignorante guarda con antipatia a tutto ciò che sa di intellettuale. Mentre sarà comprensivo vedendo bruciare il simbolo degli studi universitari, che anche nelle migliori condizioni sono una fatica, per molti peggiore di quella che si fa tirando su muri di mattoni. Così come dev’essere una bella soddisfazione per quei questurini, carabinieri e vigili urbani che da studenti non eccellevano, essere mandati a fare sentire il fiato sul collo a chi legge e poi scrive cose che spiacciono a chi dirige i loro superiori. Il pontefice ha lanciato un appello “ad asinum” contro i riottosi che avendo letto qualche pagina pensano di potersi sottrarre all’autorità della Chiesa e dei suoi sapienti. Da oggi per molti invece di dover dire a sé stessi “avevo poca voglia di studiare” sarà più facile dire: “i miei princìpi mi impongono di difendere la libertà di espressione del Santo Padre”. Un appello al miscuglio di disprezzo e invidia del fascismo piccolo borghese verso qualunque tentativo altrui, per quanto debole e incerto, di emanciparsi e realizzarsi umanamente tramite un po’ di cultura.

Un secondo aspetto è la manipolazione. Si è già visto che i professori della Sapienza sono stati presi in contropiede, che si è montato un caso mediatico, principalmente grazie al tradimento del rettore. Sorprende che si faccia anche un rogo: il clero, che ha già bruciato libri, e persone in carne e ossa, e anche persone in effige quando non riusciva ad acchiapparle, dovrebbe avere i “carboni bagnati” su questo argomento. Forse invece di guardare al fuoco bisogna guardare al fumo: la Chiesa e i poteri connessi stanno spingendo per allestire un teatrino che vede uno scontro laici-cattolici. Oltre all’ovvio fine di screditare e intimidire per estendere quanto più possibile il dominio e il controllo clericale anche sull’università, può essercene un altro, più sottile ma non secondario: definire il dibattito sulla libertà di ricerca come limitato allo storico contrasto tra laici e clero, escludendo fattori più recenti e più importanti, ma che a nessuno dei contendenti conviene presentare, a partire dagli interessi economici.

Non siamo più nel Seicento di Galilei, ma nell’era della big science quotata in Borsa. Oggi all’oscurantismo della Chiesa si affianca quello della ricerca commercializzata. Lo scientismo è una seconda chiesa, che al di fuori della provincia italiana ha un potere comparabile a quello della chiesa di Roma; una chiesa col suo clero, i suoi bigotti, i suoi miracoli, le sue necessità di censura. In alcuni campi della ricerca, dove è stretto il legame col profitto, si è ormai affermata una “neoalchimia”: una forma moderna di mescolanza tra sperimentazione empirica e superstizione magica. La scuola di fisica della Sapienza è un serio centro di scienza. Mentre, è noto a molti, la scienza delle multinazionali farmaceutiche, che domina l’intera biomedicina, il settore della ricerca più ampio e politicamente più sensibile, è pesantemente inquinata dagli interessi commerciali e finanziari, tanto che può divenire fraudolenta. Il prestigio che la scienza ha ottenuto con successi medici reali sta venendo speso per operazioni speculative. E’ interessante osservare che con questo particolare tipo di scienza, con la chiesa scientista, il Vaticano ha buoni rapporti. Fanno affari insieme, anche se durante il giorno mostrano di litigare. Lo scopo del revival dell’ingerenza del clero sugli studi accademici, con numerosi aspetti grotteschi e gratuiti come questo delle lauree bruciate, potrebbe essere anche quello di falsare i termini della questione, sostituendo un anacronistico e semplicistico scontro di sapore ottocentesco alla contrapposizione maggiormente rilevante, che oggi è quella tra la scienza per fare soldi e la scienza disinteressata.

In questo modo, le buone ragioni della difesa dell’autentica libertà della ricerca aiuteranno il cattivo obiettivo della difesa della ricerca commerciale e manipolata. La Chiesa ha forti interessi nel business della biomedicina. Mentre ha poco da temere, e tanta pubblicità da ricavare, dalle recriminazioni del gracile laicismo italico. Anche perché, non va dimenticato, coi suoi protetti di CL e Opus Dei è già insediata in maniera inespugnabile nell’università. Invece, una difesa della laicità della scienza ingenuamente incentrata sulle ingerenze clericali lascerà deserto il dibattito di massa sul fronte più attuale e importante: i conflitti di interesse commerciale che corrompono la ricerca. L’intento di costruire un pluralismo bipolare, nel quale le due uniche posizioni legittime sono da un lato quelle dei cattolici e dall’altro quelle di chi considera l’attività scientifica come un valore in sé, per definizione giusto e positivo, può spiegare perché il fuoco della polemica è stato fatto avvampare, anche con interventi contrari ai doveri istituzionali, da Napolitano, Prodi, Mussi, Turco e dagli altri professionisti della politica di quasi tutti gli schieramenti. La lobby per la ricerca come fattore di profitto è trasversale e interessa le più alte cariche.

Il fatto che il clero nutra tradizionalmente sospetto e ostilità verso la scienza non implica che al contrario sia buono tutto ciò che “la scienza” – in realtà la tecnologia avanzata commerciale – ci vuole propinare. Ad esempio, gli sbandierati annunci all’opinione pubblica della speranza nelle staminali appaiono come un bluff laico, che ha fondamenta più solide nel marketing che in conoscenze scientifiche acquisite (Stem cell hopes distorted by arrogance and spin. Guardian, Sept 5, 2005). La Chiesa, mentre solleva obiezioni sulle staminali embrionali, partecipa all’affare con suoi centri di ricerca. A Mairano si bruciano i diplomi di laurea davanti alla casa di Dio, ma a pochi chilometri, in Brescia città, lo stesso clero gestisce, mediante le suore Ancelle della carità, un centro di ricerca sulle staminali. Bisognerebbe riflettere sulla qualità della ricerca che può provenire da laboratori controllati da un’istituzione che fa bruciare, in effige, le lauree emesse da università che non controlla pienamente; e bisognerebbe riflettere anche sulla circostanza che si tratta di una ricerca allineata a quella “laica” sulle staminali; la stessa ricerca che è difesa, spesso sulla fiducia, dalla maggioranza di coloro che difendono i 67 firmatari della lettera sul Papa alla Sapienza.

I preti tendono anche ad assumere su di loro la veste dello scienziato e quella del medico, sapendo che sono queste le figure ieratiche convincenti nella cultura contemporanea. Quando il cielo si spopola di dei, la terra si riempie di idoli, è stato detto. A ben vedere, quando degli scienziati ripetono al pubblico l’annuncio fantascientifico che possiamo attenderci la venuta di un’era dove sarà possibile ricostituire con le staminali parti di cuore e cervello, si è nel territorio della manipolazione magico-religiosa. Non c’è solo una “esagerazione”, cioè un errore quantitativo, ma un salto qualitativo nell’antiscientifico. Un ambito nel quale in fondo i cattolici si trovano più a loro agio che i laici. Come tutti, anche i “laici”, ammesso che in Italia ce ne siano, se la fanno sotto al pensiero nudo e secco della morte e della sofferenza fisica, e accettano il sollievo di un velo, costituito dalla speranza di una salvezza, magari camuffata da verità scientifica. Andrebbe accettato, come un’evidenza empirica, valida almeno sul piano pratico, che il senso religioso è un carattere costitutivo dell’uomo. Bisogna vedere con quali credenze lo si soddisfa. In effetti, per vedere all’opera il naturale istinto religioso basta guardare alla fiducia cieca nella medicina “scientifica” da parte di molti di coloro che si proclamano tranquillamente atei; e d’altra parte, con tutto questo cinico maneggiare concetti religiosi, con questo impastarli ai soldi e al potere, sono i chierici a dare un bell’esempio di superamento dell’illusione sulla divinità.

Non bisogna quindi lasciarsi impressionare dai roghi sui sagrati, o dalle grida di lesa maestà, e neppure da coloro che, difendendo giustamente la ricerca dall’attacco papale, sostengono di difendere così una scienza pura come giglio. Certo, è utile ricordare che i preti in tasca non hanno la verità; e che invece dalla tasca della tonaca possono estrarre uno Zippo.
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Blog Appello al popolo

Commento al post di Tonguessy “Strutture di potere- Galileo e la Chiesa” del 29 dic 2011

Grazie a Tonguessy per l’ottimo articolo. E’ particolarmente interessante l’osservazione del progresso scientifico come ideologia che allontana il popolo dalla concezione medievale della vita frugale. La promessa di salvezza intramondana che allontana da quella concezione del limite che abbiamo perso, e che farebbe risaltare la Scienza nella sua vera grandezza.

Io sono tra quelli che quando sono in spiaggia sul Tirreno restano a guardare il tramonto sul mare. Uno spettacolo bello in sé, e che induce a riflessioni delle quali “Il silenzio” suonato da Nini Rosso è l’equivalente musicale. La contemplazione del sublime che la nostra stella ci offre quotidianamente è temperata dal pensiero che non è il Sole che cala dietro l’orizzonte, spandendo colori regali attorno a sé; ma siamo invece noi che insieme alle sdraio e a tutto il resto ci stiamo lentamente ribaltando all’indietro.

Anche l’antagonismo Chiesa/Scienza si è evoluto, e credo occorra fare attenzione a non identificarlo con quello dei tempi di Galilei; come invece può essere interesse dei contendenti far credere:

http://menici60d15.org/2008/01/21/diplomi-di-laurea-bruciati-sul-sagrato-tornano-i-roghi/

Resta l’antagonismo ideologico, con la Scienza e la Fede usate come armi; un esempio è dato da come entrambe le parti strumentalizzano la discussione sul darwinismo. Confronto che a volte sbotta in toni che tradiscono l’antica vocazione:

http://menici60d15.org/2011/04/16/i-preambula-fidei-di-san-tommaso-e-quelli-di-de-mattei-e-carancini/

Ma il clero attualmente ha anche interesse a favorire la scienza. Interessi “pastorali”, perché, preso atto che la nuova religione secolare è oggi quella che fa più presa sulla credulità delle masse, preferisce cooptarla e sfruttarla anziché attaccarla frontalmente. (E sa, vecchia volpe, che conviene dargli corda anche perché le magagne della degenerazione affaristica della scienza ne minano la credibilità dall’interno). Diventato lo scientismo un’ideologia parareligiosa, il clero col suo know-how può insegnare ai seguaci di Prometeo come ricavarne consenso e zecchini.

Interessi politici, perché il Vaticano deve trovare un punto di convivenza e alleanza con altri poteri che non può certo contrastare, e che fanno dell’ideologia scientista il loro credo. Appoggiando la scienza, evitando di attaccarla, se non per ridicole questioni teologiche, tacendo sulle strumentalizzazioni e storture dei modi nei quali è praticata, e fornendo servizi di supporto, il clero può acquisire meriti presso poteri che non lo amano.

Interessi economici, perché la “scienza” è in pratica la tecnologia commerciale, e il clero è tra le forze che investono molto denaro e ricavano molto denaro da essa; v. il caso San Raffaele, scoperchiato, nei suoi aspetti finanziari ma non in quelli “scientifici”, nell’anno del passaggio di governo da Berlusconi a Monti.

Così le occasionali rumorose baruffe e le frequenti gomitate non devono fare perdere di vista che tra le due chiese, che se potessero adotterebbero gli argomenti degli inquisitori da un lato e dei lanzi dall’altro, i rapporti sono articolati; come quelli dei famosi imprenditori di Pisa, che litigavano di giorno ma cooperavano di notte:

http://menici60d15.org/2011/04/12/i-futures-di-santa-lucia/

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@Lorenzo. Grazie per questo esempio di teologia scientista.

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18 maggio 2017

Blog de Il Fatto

Commento al post di D. Patitucci “Corea di Huntington, speranze dalla terapia genica. La senatrice a vita Cattaneo: “Mai più discriminazione”

In generale, etica della ricerca e cultura cristiana dovrebbero convergere nel tenere l’aspetto etico e quello tecnico separati e distinti. Oggi invece ricercatori e clero cercano la promiscuità. Le malattie gravi inducono a compassione e impongono obblighi di solidarietà. E’ divenuta prassi stimolare ad arte la compassione per rendere credibili le promesse di cura, sostituendo la plausibilità biologica con spot lacrimevoli (bayesanesimo fraudolento). La gravità di una malattia, la sua crudeltà e lo stigma, l’impulso a combatterla, non hanno nulla a che vedere con la possibilità materiale di curarla; ma spesso sono usati, invece che per spingere alla migliore assistenza possibile, per legittimare prodotti hi-tech, basati su teorie di comodo architettate dal business, piuttosto che dalla scienza al servizio della compassione come si vuole fare credere. Presentare casi commoventi, o creare un caso morale*, sono tecniche usate dalle ditte di marketing per aiutare i loro clienti a vendere farmaci costosissimi che non funzionano. E’ divenuta comune l’affermazione di voler “destigmatizzare” per propagandare un prodotto medico carente; es. è stata usata per la colonscopia virtuale**.

*Eichacker PQ et al. Surviving sepsis – Practice guidelines, marketing campaigns, and Eli Lilly. NEJM, 2006. 335:16.
**As radiologists push for “virtual” colonoscopy coverage, risk of misleading readers is real. Health News Review, 12 set 2016.

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17 marzo 2019

Blog de Il Fatto

Commento al post di G. Ruccia “Gandolfini (Family Day): “Cirinnà? Delirio paranoide, parlo da psichiatra”. E invita a pregare per “Non una di meno””

Forse la Cirinnà, che è pur sempre membro di un’aula di clienti dei preti e degli USA, ha annacquato quanto pronunciato nel delirio dell’agonia dal protagonista de ‘Il Balordo’ di Piero Chiara: “Dio, patria e famiglia riducono l’uomo in poltiglia”. Gandolfini, neurochirurgo in un ospedale convenzionato di suore che in una medicina onesta sarebbe superfluo, si mette il camice per attribuire una psicosi clinica alla senatrice che spinge perché la società vada verso la ’lonely crowd’. La medicina bresciana è facile all’abuso diagnostico, viziata com’è dalla magistratura locale. E’ stato cattedratico a Brescia Ermentini, che spiegò le lettere di Moro sequestrato appiccicandogli una patologia psichiatrica (d’accordo con la magistratura romana, favorevole ad un ricovero coatto in caso di liberazione, a sentire Cossiga). Lo psichiatra poi ebbe noie giudiziarie per accuse di referti favorevoli a mafiosi, e fu assolto.

Tra loro volano parole grosse, ma i due sono entrambi bravi esecutori di regioni diverse dello squilibrato modello culturale liberista: vuoi con la promozione dell’incertezza nei bambini sulla propria identità sessuale della trasgressiva Cirinnà, vuoi con i bambini come puntaspilli per l’affarismo biomedico del pio Gandolfini. Sul palcoscenico “libertari” e “uomini di Dio” se le danno di santa ragione, per il visibilio dei rispettivi target elettorali; ma i loro numeri li fanno per lo stesso padrone. Mica sono matti.

Professor Ratzinger, qual è la definizione di omicidio ?

19 January 2008

Forum http://www.marcotravaglio.it

Post del 19 gen 2008

sito chiuso


Lo scritto che segue era stato postato su “Altravicenza” il 19 dicembre 2007. Essendoci difficoltà nel forum registrato dei No Dal Molin (spam, azzeramenti, pop-up sul link), cerco asilo qui, negli stessi giorni in cui rimbombano le grida per la censura antidemocratica che il Papa sta subendo per finta, e che chi comanda in Italia applica silenziosamente per davvero. Il post sostiene che vi è un uso strumentale e ipocrita dell’opposizione alla pena di morte da parte dei politici, e considera una singolare affermazione del catechismo ufficiale della Chiesa cattolica a riguardo dell’omicidio (Catechismo della chiesa cattolica. Compendio, Libreria editrice vaticana, 2005. Introduzione di Joseph Card. Ratzinger. n. 470. Che cosa proibisce il quinto Comandamento ?).

No Dal Molin – Contro la pena di morte o contro l’omicidio ?

Inviato: Mer dic 19, 2007 5:08 pm

C’è contraddizione tra il sì alle guerre degli USA, il sì alle loro basi militari, e la richiesta di moratoria della pena di morte? C’è contraddizione tra l’andare a bombardare civili nella regione europea della Bosnia, mentre l’ONU sta a guardare, e l’esortare i paesi del mondo ad abolire la pena di morte nei loro ordinamenti? Qual è il fattore comune che sottende le due posizioni? L’arte del possibile, che è l’essenza della politica? O il meccanismo psicologico della scissione tipico delle personalità narcisistiche, una caratteriopatia frequente tra i potenti ? Ci sono elementi che indicano che non c’è contraddizione, ma costanza di comportamento, tra il Napolitano e il D’Alema yes men a Washington sulla base militare USA la settimana scorsa, e quelli che oggi vengono celebrati come apostoli della non violenza.
L’astensione dalla pena di morte è spesso accompagnata da vistose contraddizioni. Un grande pacifista, oltre che grande scrittore, Tolstoj, racconta (in “Hadji Murat”) della pena che lo zar doveva infliggere ad uno studente di medicina che in una crisi di nervi aveva aggredito con una penna un suo professore, producendogli ferite lievi. Per sua sfortuna lo studente era un cattolico proveniente dalla Polonia, l’equivalente, per lo zar, di uno “Stato canaglia”. Lo zar scrive che lo studente meriterebbe la pena di morte, che in Russia “grazie a Dio” non c’ è. E aggiunge che non sarà lui ad introdurla. Decreta che lo si faccia correre per 12 volte tra due file di 1000 soldati armati di verghe. Lo zar Nicola, spiega Tolstoj, sapeva che quella pena significava una morte non solo certa e dolorosa, ma anche eccessivamente crudele. “Ma gli piaceva essere implacabilmente crudele, e gli piaceva anche pensare che non c’ era pena capitale in Russia”.
Contro la pretesa di uccidere legalmente si sono esercitate forme di ipocrisia più sottili. Un libro famoso, “Sorvegliare e punire” di Foucault, descrive la strana parabola discendente del controllo tramite la forza. Nei secoli si è passati dallo “splendore dei supplizi”, che erano spettacoli pubblici, offerti come divertimenti, a forme di controllo sempre più discrete, sottili ed efficaci, fino all’attuale “biopolitica”: il controllo della persona tramite il controllo sul corpo. Pena e controllore devono diventare invisibili, affinché il potere permei la società in forme impalpabili e impersonali. Secondo Foucault, le spinte a ridurre la pena di morte per ragioni umanitarie sono quindi state accolte strumentalmente, per affinare il controllo. Cesare Beccaria, uno dei primi teorici della umanizzazione delle pene, proponeva di sostituire la pena di morte con la schiavitù perpetua, scrive Foucault. Questo non è un gran progresso, a meno che non si ritenga che vivere in ginocchio fino alla morte sia un grande progresso rispetto al morire prematuramente; ma l’evoluzione del potere nel mondo occidentale sta andando verso la razionalità illuminista del nonno di Alessandro Manzoni. Oggi in effetti nella nostra società il potere mira al controllo delle anime, coi media e gli altri strumenti di persuasione; al controllo dei corpi, al controllo economico e tecnologico, etc. Non più attimi di terrore, ma un ergastolo senza sbarre. E ci sono molti modi incruenti di sopprimere gli indesiderati.
Il potere non sta diventando “piu’ buono”, ma solo piu’ accorto nel dosare la violenza. La sua contrarietà alla pena di morte non solo è strumentale; è anche parziale. No al boia, ma sì agli stermini della guerra, che creano un numero di vittime maggiore di molti ordini di grandezza a quello delle esecuzioni. Le azioni formalmente legali che, sulla base di qualche ridicola scusa pseudogiuridica com’è avvenuto in Iraq, partiranno da Vicenza e daranno la morte senza processo a moltitudini di civili, non toccano le corde umanitarie dei nostri politici. Primi della classe nel seguire Bush nelle sue guerre, e primi della classe nell’indicare agli altri la via dei diritti umani. Con la differenza che le bombe di Bush sono concrete e vengono usate, mentre quella dell’ ONU è una dichiarazione di principio. Un altro ovvio squilibrio è che le condanne a morte sono forme esecrabili di punizione di responsabili di reati, mentre le uccisioni di civili sono massacri di innocenti. Le esecuzioni capitali non cesseranno, e se si ridurranno sarà a causa del processo storico descritto da Foucault, di sostituzione del boia con lo schiavista di Beccaria, in ossequio alle necessità del capitalismo. Nel regno delle vetrine scintillanti, delle promesse di benessere e sicurezza, la violenza ufficializzata può allontanare alcuni clienti. Si preferisce sostituirla con forme subdole, riservando le sue forme classiche e orripilanti a paesi lontani. E’ probabile che la tendenza ideologica descritta da Foucault si estenderà ulteriormente con l’avanzare della globalizzazione. Forse riguarderà anche la terra dove la violenza è una specialità locale quanto la torta di mele. Anche senza l’impegno gandhiano di D’Alema e compagni.
I nostri politici concorrono nell’innalzare materialmente strumenti di morte come la nuova base USA a Vicenza, e, sul piano ideologico, nell’ottimizzare la violenza del potere adattandola a tempi e situazioni. La discordanza è dunque più apparente che reale. Gli stessi politici interpretano simultaneamente il ruolo di Creonte e quello di Antigone. Rappresentare personaggi moralmente opposti nello stesso film era una delle bravure di Totò: Il monaco di Monza, Totò diabolicus, eccetera. In entrambi i casi, i politici furbescamente si allineano, e corrono in soccorso al vincitore. Sia come sostenitori dei cannoni al posto dei fiori a Vicenza, sia come promotori del processo secolare di dematerializzazione della violenza del potere nel mondo occidentale. Mentre la prima posizione appare negativa, con la seconda fanno bella figura. Un’ottima occasione di rifacimento dell’immagine per chi come l’ONU ha diversi peccati di omissione da fare dimenticare, o per chi in Italia, inanellando vergogne su vergogne, ha un urgente bisogno di “dire qualcosa di sinistra”. In questo senso è vero che i politici italiani, con la loro iniziativa sulla pena di morte, stanno dando al mondo una lezione. Una lezione di paraculaggine buonista. Coi punti guadagnati chiedendo di risparmiare la vita a qualche scellerato, a qualche poveraccio, a qualcuno come noi, potranno lavorare in santa pace su grande scala. E anche noi ci sentiamo tutti più buoni, partecipi di quella che sta venendo celebrata come una grande vittoria, ed esentati pertanto da ulteriori sforzi verso la non violenza.
Allontanandoci dai fasti dei nostri politici, esaminiamo il cuore del problema: la differenza tra la contrarietà alla pena di morte e la contrarietà alla violenza dello Stato è radicale. La prima posizione è arbitraria, e fortemente indebolita e distorta, essendo ritagliata attorno ad un’opportunità politica, attorno alle attuali tecniche di potere. La seconda è la naturale conseguenza dell’opposizione all’omicidio tout court, a tutte le forme di offesa al corpo, unita alla concezione dello Stato come strumento di civiltà. Include ovviamente le esecuzioni capitali, ma anche altre forme di omicidio e violenza da parte dello Stato e del potere in generale; e prevede che ogni sua limitazione o eccezione, come la legittima difesa, debba essere ampiamente giustificata prima di poter essere accettata. Invece si tende a credere che l’opposizione a quella singolare forma di assassinio che sono le esecuzioni capitali equivalga alla lotta alla violenza legalizzata. Lo spettro della violenza del potere è molto più ampio, e può paradossalmente trarre efficacia dal restringersi con la cessazione delle esecuzioni capitali per assumere forme coperte o che non sono percepite nella loro gravità. Se si ferma il boia e si fanno partire i bombardamenti di civili, si tratta l’umanità come lo zar trattò lo studente polacco. Paradossalmente, con la loro ipocrisia i nostri politici offrono un argomento forte, di tipo empirico, contro la pena di morte: al di là degli argomenti teorici, come può essere etica la condanna a morte di un essere umano quando nella pratica l’apparato che l’emette ha le mani macchiate di sangue innocente ?
Sentiamo una voce autorevole: il Quinto comandamento. Non uccidere. La civiltà in due parole. Il miglior articolo di legge mai scritto. L’attuale catechismo della Chiesa cattolica precisa però che il comandamento riguarda “l’omicidio diretto e volontario”. Quindi lo zar, Napolitano e D’Alema hanno un appiglio, se per ipotesi fossero accusati di non aver rispettato il Quinto comandamento. Allo stesso modo possono ritenersi innocenti rispetto al Quinto comandamento, appellandosi al catechismo ufficiale, i responsabili delle morti sul lavoro dovute alla precedenza data al profitto rispetto alla sicurezza; dei morti per inquinamento o per adulterazioni alimentari legati al profitto; dei morti per le distorsioni commerciali della medicina; i responsabili delle azioni ed omissioni che rendono possibili le guerre di conquista. Nel complesso mondo odierno, le responsabilità sono spesso indirette, distribuite e sfumate. Eliminando solo la pena di morte si toglie solo lo splendore dei supplizi, ma si continua a suppliziare senza essere visti. Il Comandamento delle Tavole dice “Non uccidere”. I distinguo come questi sono le aggiunte a penna di chi ha interesse ad affievolire ed eludere la legge che sta sopra di noi.
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La prima liberta’ e’ la liberta’ dalla bugia.

No Dal Molin ~ Le trombe e le campane

15 December 2007

Forum http://www.altravicenza.it

Post del 15 dic 2007

cancellato con l’azzeramento del forum


Nel 1494 Enrico VIII re di Francia voleva appoggiarsi a Firenze come base per le sue guerre di conquista, e minacciava di lanciare altrimenti le sue truppe sulla città. Pier Capponi, accorto statista e condottiero valoroso, pur trovandosi in condizioni di inferiorità politica e militare gli rispose: “Se voi suonerete le vostre trombe noi suoneremo le nostre campane”. Detto questo Pier Capponi tolse dalle mani del segretario del re i fogli del trattato che i francesi volevano imporre e li stracciò. Enrico VIII, un sanguinario, comprese che al suono delle campane a stormo il popolo fiorentino avrebbe seguito il suo capo, e che quindi era meglio non tirare troppo la corda; in seguito si tenne alla larga da Firenze. Per una volta, la fierezza della civitas repubblicana riuscì a contenere la prepotenza delle armi.
Nel 2007, pochi giorni fa, la più alta carica dello Stato e il ministro degli esteri sono andati a corte, in America. Lì hanno messo subito le cose in chiaro sulla base di Vicenza. Hanno detto a muso duro agli americani che la base è un discorso chiuso: si fa e basta. Impipandosene così delle quisquilie: il ruolo degli altri organi istituzionali (quelli di Roma) e i pareri dei loro componenti; il grido di dolore dei vicentini; le loro manifestazioni di contrarietà, cui si sono associati italiani di ogni regione; il dovere di difendere gli interessi e la dignità del Paese, o almeno di mantenere una postura eretta. “Napolitano è andato a fare la first lady di Bush” ha commentato severamente il Presidio permanente No Dal Molin. Bisogna capire i nostri politici. Davanti agli USA non hanno le trombe, cioè la forza del potere costituito, e neppure le campane, vale a dire un seguito popolare forte. Quelli che con la benedizione di Washington ci comandano fanno i tosti con noi, ma sono gente senza campane. Gli manca ciò che aveva Pier Capponi.
Oltre a non avere gli strumenti, i nostri leaders seguono una musica del tutto diversa. Non c’è da meravigliarsi che il New York Times abbia salutato la visita di questi nostri rappresentanti con una salva di articoli che descrivono l’Italia come un paese mortificato, depresso e in piena decadenza. In realtà, in Italia energie e capacità continuano ad abbondare: lo vediamo attorno a noi ogni giorno. Il nostro problema è che permettiamo un eccessivo sfruttamento di queste energie e capacità, e delle altre risorse, incluse le risorse non rinnovabili, ad una casta di succhiasangue che anemizzano la nazione. Una classe politica non solo altamente parassitaria, ma anche compradora, ovvero mediatrice dello sfruttamento del patrimonio nazionale da parte di poteri stranieri: una classe politica che tra i suoi affari ha anche quello del brokeraggio per operazioni davvero barbare, cioè caratterizzate da quella noncuranza, quella sincera insensibilità, proprie dell’occupante straniero verso gli occupati e la loro terra. Come per la costruzione di un nuovo forte USA in Vicenza.

Commento al topic: La fiction di Raiuno: Tutti i cieli di Rino Gaetano, il Petrolini del rock

1 November 2007

http://www.iniziativa.info


La falsa biografia, e la ricostruzione distorta del passato a fini ideologici, andrebbero riconosciuti come generi televisivi ben precisi. Rino Gaetano ha trasposto in maniera moderna ed efficace l’antico scetticismo popolare, dolente sotto il velo dell’ ironia. La sua critica, lieve e radicale come una scrollata di spalle davanti ad un potente, è poco gradita a quel consorzio di poteri “pluralisti” che sostengono con sussiego, e sempre minor credibilità, di essere fonte di salvezza. Così lo si è rappresentato, appagando i mediocri, come un fallito sul piano umano; geniale ma anche un po’ plagiario, sensibile ma immaturo, moralista ma egoista e ingrato, fustigatore dei costumi ma etilista. Non importa. Essere attaccato è il destino di chi vale qualche cosa, ha scritto Casanova.

Federico Aldrovandi: un altro omicidio senza soggetto?

30 September 2007

Blog http://www.federicoaldrovandi

Inviato il 30 set 2007. Respinto per la pubblicazione. Autore bannato.


Non è dai volgari insulti di maleducati o provocatori che i genitori di Federico devono temere di essere sporcati. Ma dal potere che ha il male di contaminare anche le sue vittime. Le poesie (e le parolacce) abbondano in questo blog. Vorrei rispettosamente fare presente che altri tipi di commento vengono un po’ evitati. Ad esempio, è pronta la concreta possibilità che una “asfissia posturale” di Federico Aldrovandi vada ad aggiungersi al “malore attivo” di Giuseppe Pinelli, e alla collisione tra il proiettile e un sasso di Carlo Giuliani, nella lista di quelle morti che andrebbero chiamate da “violenza senza soggetto”. Decessi per i quali sono stati accusati poliziotti, che le ricostruzioni ufficiali spiegano con meccanismi impersonali che sono concettualmente, e anche fisicamente, acrobatici; e che portano così all’assoluzione dei poliziotti, o a condanne lievi; e, soprattutto, alla conservazione del regime degli abusi. (Dubito che sia stato Calabresi ad uccidere Pinelli; di sicuro rimase vittima di un’altra manipolazione, e forse fu scelto come capro espiatorio). La poesia allevia il dolore, e restituisce un senso di civiltà, ma c’è il rischio che alla fine anche Federico risulterà essere stato ucciso, poeticamente, dal diavolo, che ci ha messo la coda, nella specie di un portentoso meccanismo fisiopatologico, visibile solo ai tecnici, che è stato solo involontariamente innescato dall’uso macroscopico e smodato della forza da parte dei poliziotti.

Un altro aspetto prosaico è che se i genitori di Federico, in una battaglia riguardante i diritti personali del cittadino, cioè il diritto alla libertà e all’incolumità fisica, si ergono a difensori delle istituzioni, sostenendo, insieme a Bertinotti, che sono pulite, che si è trattato solo di singole persone, di mele marce, gli abusi istituzionali continueranno ad essere giustificati come aberrazioni in un sistema sano; a qualcun altro poliziotto scapperà ancora la mano, e altri familiari piangeranno.

La verità è che una polizia che commetta impunemente abusi sui cittadini (senza strafare come invece è accaduto in questo caso) fa comodo alla classe dirigente: come braccio armato per alcuni suoi affari, e per ottenere col timore quel rispetto che non può avere per autorevolezza e prestigio. La “sacralità” delle istituzioni viene di fatto ottenuta tramite i soprusi, e la violenza, dei suoi bassi ranghi. Uno dei giovani pestati al G8 ha raccontato che si è sentito sollevato dal trovarsi davanti al magistrato, in qualità di indagato, dopo il trattamento ricevuto dai poliziotti. Eppure era indagato ingiustamente.

Vorrei sommessamente chiedere ai genitori, che stanno dando una lezione di perseveranza e abilità nella richiesta di giustizia, di non favorire senza volerlo altri abusi, di non calpestare inavvertitamente altrui orticelli di sofferenze, ponendo la loro immagine a difesa delle istituzioni della polizia, della magistratura e della politica; e di astenersi quindi per quanto è possibile da proclami tranchant, come quelli contenuti nel post “Giustizia uguale per tutti!”, a favore di quelle stesse istituzioni che avrebbero dovuto prevenire la morte di Federico, e che avrebbero già dovuto emettere la ricostruzione dei fatti e la punizione dei colpevoli. La richiesta delle autorità di rispetto per il proprio ruolo e funzione istituzionali è spesso associata a mancanza di rispetto verso l’umanità dei propri simili.

F4402

Commento al topic: Storie di ordinario squadrismo

30 July 2007

http://www.lerrico.blogspot.com


Davanti a queste cose mi viene sempre in mente la frase di un personaggio di Fellini: “Se un ladro ha la faccia da ladro, in fondo è onesto”. Senza dare del ladro a nessuno, cosa è la destra si sa, si vede abbastanza chiaramente. La destra fa la destra. Ma la sinistra fa la sinistra? Che faccia ha la sinistra? Quella di Mirabella, esempio principe della fede nel potere della retorica, dell’arte di servire i potenti citando la classe operaia? Che cosa altro vi aspettavate da un Giovanardi?. Vi meravigliate della trasmissione? Perché è di RAI3 ? Benvenuti nella casa degli specchi. Il tema scelto è stato il decadimento dei costumi dei giovani; si è parlato di bambine cubiste nei night; e quindi si è invitato un autorevole esponente dell’UDC, partito che sulla morigeratezza bisogna lasciarlo stare. Un taglio appropriato per il programma, perfettamente lecito nei paesi di antica democrazia, ma tabù da noi, sarebbe stato quello di affrontare l’argomento degli abusi della polizia; e avrebbe dovuto esserci anche qualche figura istituzionale più adatta, magari la senatrice Giuliani, che dovrebbe essere la Simon Wiesenthal di questo campo. Senatrice che dovrebbe in primo luogo usare concretamente il suo potere istituzionale per proporre e fare approvare leggi in materia, che evitino ulteriori violenze e lutti. Queste ambiguità non sono squadrismo; lì la violenza era ostentata. L’Italia non è un paese democratico, ma neppure fascista in senso classico; è un paese democristiano, come lo è Giovanardi. Fascismo in clergyman. Non siamo nel Cile o nel Messico di anni fa, ma in un sistema più raffinato. Le manganellate vere e proprie, come quelle che presumibilmente hanno ucciso Federico Aldrovandi, non sono al centro del sistema. “L’Italia è un Paese ridicolo e sinistro: i suoi potenti sono delle maschere comiche, vagamente imbrattate di sangue” (Pasolini). Il fascismo della destra che garantisce impunità alla polizia, e che comprende l’uso della polizia come squadracce per spedizioni punitive, o come picciotti per intimidazioni verso qualche voce scomoda, è metà della storia; l’altra metà è il gesuitismo della sinistra, che fa da spalla, che permette il sistema e le sue violenze, e ne beneficia. Limitarsi a Giovanardi è fuggire dal bastone per andare a prendere la carota del centrosinistra.

Commento al topic: 27 luglio – cominciamo male

28 July 2007

Blog http://www.federicoaldrovandi

rimosso dal webmaster


Caro Giorgio 12:15AM,Grazie per la stima, ma non ho nessuna competenza giuridica. So però come funziona, e dalla trasmissione non mi aspettavo nulla di diverso. C’è stato un prologo sui giovani sbandati e sui genitori che non li sanno educare. Mirabella ha introdotto il caso di Federico citando, senza apparente motivo, i “figli di papà”. Quindi, mentre i genitori ribadivano la loro piena fiducia nelle istituzioni, Giovanardi, importante figura istituzionale, ha detto che i processi non si fanno in TV, e infatti davanti a chissà quanti telespettatori ha incollato sulla vittima l’etichetta “eroinomane”. Infine Mirabella ha commentato su Bolzaneto che i giovani “sono passati dalla parte del torto” insultando i poliziotti. Ha sorvolato sul dettaglio che se Tizio insulta un poliziotto sarebbe giusto fermare regolarmente Tizio, non spaccare la faccia a Caio andando a prenderlo mentre dorme. La trasmissione ha segnato un regresso, favorendo presso l’opinione pubblica un alleggerimento delle responsabilità degli imputati a spese della figura della vittima, e confermando negli spettatori concezioni illiberali sui poteri della polizia. Devo dire che in una cosa mi sono trovato d’accordo con Giovanardi: la critica dell’intitolazione a Giuliani di un’aula in Parlamento. Credo che anche queste esaltazioni ingiustificate della vittima in realtà non facciano che giustificare il sistema e farlo andare avanti, mentre si evita di mettere mano a provvedimenti seri. Ritengo altrettanto aberrante e controproducente dare un seggio parlamentare a qualcuno in quanto familiare di una vittima.

Riguardo al tuo post di giovedì 26 lug 3:46 PM in “17 lug 2007: 20 anni”: ho sempre accluso il mio indirizzo email quando ho inviato un commento. Autorizzo te, o qualsiasi altro, ad ottenerlo dai genitori di Federico e scrivermi, volendo valutare, come dici, “la serietà o meno di intenti”. A proposito di favorire i documenti, non sarebbe utile chiedere che i poliziotti portino un codice identificativo, come fanno in Germania ?. Avrebbe anche un effetto di deterrenza psicologica, del quale alla fine beneficerebbero anche quegli agenti che non hanno da temere di dover essere chiamati a rispondere. Se ti occorrono altri riferimenti su di me, potrei darti la targa della macchina dei poliziotti con i quali poco tempo fa ho avuto un incontro ravvicinato, la sera dello stesso giorno di un’amabile seduta in Questura, dove ero stato convocato. Maggiori informazioni su di me le potrai ottenere lì, dove pure apprezzano quanto scrivo. (Non che abbia fatto altro che scrivere, né che mi siano mai state rivolte contestazioni formali). Peccato che quanto scrivo non sempre viene visto con tanta benevolenza. Mi capita spesso di vederlo scomparire; come in questo caso, dove però per fortuna ci sei stato tu che hai commentato anche ciò che non era possibile leggere. Sono confuso dai tuoi ripetuti complimenti, ma non è che la mia sia pura teoria, o che mi occupi degli abusi delle “istituzioni”- per esempio le tecniche di disinformazione, come quella che si è vista a “Cominciamo bene” – per partito preso. Anch’io come tanti posso vantare integerrime figure di poliziotti nell’albero genealogico, e le mie idee politiche, repubblicane, forse hanno proprio il torto di assegnare eccessivo credito allo Stato e alle sue amministrazioni. Né tanto meno ho voglia di “fare salotto”: il silenzio, che spesso, con sistemi diversi, mi viene imposto, è anche il mio desiderio, perché lenisce il mio disgusto.

Che cosa si prova quando una pattuglia de “le istituzioni” – io le chiamo “gli apparati”, avendo capito che chi riveste cariche pubbliche il titolo “istituzioni” se lo deve meritare – assume comportamenti gratuitamente scorretti lo so per lunga diretta esperienza. In questo senso, mentre parrebbe che sia separato dallo spirito del blog che mi inviti a rileggere, sono vicino a Federico, che non ho mai conosciuto; così come sono vicino a chiunque abbia subito e subirà cattive attenzioni da parte delle forze di polizia. Si è adombrata la possibilità, non so quanto fondata, che ci fosse un interesse mirato verso Federico, a favore di soggetti privati. Ciò che posso fare è testimoniare – se qualcuno volesse ascoltarmi – che un tale abuso non è così eccezionale, ma appare essere una prassi di potere, consolidata e protetta. Che di tanto in tanto finisce male.

Commento al topic: 17 lug 2007: 20 anni

26 July 2007

Blog http://www.federicoaldrovandi

rimosso dal webmaster


L’appello a considerare innocenti i 4 poliziotti fino al termine dei processi suona opportunistico, essendo tardivo e posteriore a palesi manipolazioni. La presunzione di innocenza, propria di un vero Stato di diritto, è un principio astratto, che necessita di una macchina giudiziaria sana ed efficiente che lo bilanci. Altrimenti diventa una speculazione e una beffa. Da noi in casi del genere il momento cruciale non è il giudizio finale, ma all’opposto l’inizio delle indagini, quando si consumano liberamente omissioni, falsi, calunnie, intimidazioni, depistaggi. Se non è possibile mettere tutto a tacere già in questa fase, mr. Hyde apparentemente torna dr. Jekill: codici e garantismo (e conseguente pretesa di monopoli sulla ricostruzione storica e sul giudizio etico e politico). Questo giustizia rigorosa della quale ci si ricorda solo dopo una fase di manipolazioni preliminari ricorda documenti contraffatti ma vidimati con timbri autentici. E’ una sequenza classica. Nel 1974 a Brescia in Piazza Loggia poco dopo l’esplosione della bomba qualcuno diede ordine di lavare la piazza con gli idranti, che spazzarono via gli indizi. Il magistrato ebbe buon gioco a seguire l’ipotesi della “ragazzata”. 33 anni dopo, il procedimento, fattosi rigoroso, e quindi lentissimo, prosegue. La strage è rimasta impunita, come quasi tutte le altre. Carabinieri, magistratura e giornalisti fecero passare Peppino Impastato prima per un bombarolo rimasto vittima del suo stesso ordigno, reggendo il gioco alla rozza messinscena degli assassini; e poi per un suicida. Ci sono voluti 20 anni, e circostanze favorevoli, per disfare il loro lavoro e riconoscere ufficialmente che era stato ucciso a causa delle sue denunce contro mafiosi che andavano letteralmente a braccetto con i carabinieri. Se si guarda ai maggiori casi nei quali la Costituzione andava applicata e difesa, sui quali Daniele Biacchessi ha appena pubblicato un libro, “L’Italia della vergogna”, si vede che il formalismo giuridico può divenire strumento di impunità; e che, volendo avere giustizia dallo Stato per atti gravissimi commessi da alcuni suoi rappresentanti, non ci si può limitare alla dimensione giudiziaria, andando dal magistrato con un buon avvocato e aspettando un poco. Segnalo una recente intervista a Biacchessi.

I rischi della diversità

25 July 2007

Blog http://www.federicoaldrovandi

Commento al topic: 17 lug 2007: 20 anni.

rimosso dal webmaster

Ezio (24/07/07, 11:42) dice molto giustamente che quando si controbatte bisogna guardare l’interlocutore negli occhi. Ci sono comunque delle eccezioni. Una delle poche nozioni che mi sono rimaste dalla lettura di un manale di autodifesa, scritto da un istruttore militare (G. Manunta, Mondadori) è quella di evitare di guardare fisso negli occhi un aggressore armato. Bisogna però anche evitare di voltargli le spalle, spiega il parà: “di fronte, si è considerati una persona; di spalle un ‘condannato’ “. Se l’aggredito è di spalle, quindi anche se è prono a terra, cessa di essere una persona. Diventa “altro”.

Sembra che in Italia la “diversità”, l’essere considerati “altro” sia un notevole fattore di rischio anche per la morte violenta, oltre che per una nota sfilza di guai. La mafia ha cura di isolare socialmente e screditare le sue vittime prima di ucciderle. Leggendo la storia degli omicidi “eccellenti” che hanno insanguinato il Paese, ho notato che una condizione di diversità accomuna vittime che sono tra loro differenti. In numerosi casi le vittime, politici, magistrati, funzionari di polizia, giornalisti, erano diverse dal resto del gruppo professionale o sociale del quale facevano parte, tanto che a volte, da vive, erano state avversate all’interno dal gruppo stesso. Nell’ambito dei pestaggi, chi più diverso di Pasolini, non solo per i costumi sessuali ma per ciò che scriveva come intellettuale cristiano e di sinistra. Stajano ne “Il sovversivo” racconta la storia di un altro segnato, Serantini, un ragazzo di 20 anni mite e candido, che aveva sofferto. Morì per il pestaggio col calcio dei fucili ricevuto dalla Celere. “Tu sei una vittima predestinata, stai attento” gli aveva detto un ingegnere suo amico. Anche in quel caso, la magistratura fece più di ciò che è in suo potere pur di proteggere i poliziotti. Con successo. Un commissario di PS, Pironomonte, che aveva cercato di impedire il pestaggio, volle dimettersi dalla polizia, e si ridusse a vivere come un modesto impiegato.

L’Italia, paese a tradizione non democratica, è molto rigida verso la diversità antropologica, verso chi non rientra nei gruppi permessi. Non è solo “a destra” che non si può sgarrare: anche esprimere posizioni progressiste, “disobbedienti”, critiche, va fatto entro limiti ristretti. Questo dettare i termini e gli stili della manifestazione di un pensiero dissidente è tra i fattori principali del ripetersi di ingiustizie come quella che due anni fa ha spento la vita di Federico.

Federico quella mattina era solo. Mi chiedo se questo elemento, la diversità, possa aver avuto un peso nella dinamica del suo omicidio. Era senz’altro un ragazzo normale. Mi chiedo com’era riguardo alla sopportazione dei torti. L’unico dato che ho sono la forza e la determinazione nel chiedere giustizia che i suoi genitori stanno mostrando. Se Federico aveva preso da loro, l’essere maltrattato, il ricevere abusi, può averlo portato ad una reazione di indignazione, che molti purtroppo, a differenza che in altri paesi, avrebbero considerata impropria. In un paese dove l’atteggiamento servile nel trattare con chi è in una posizione di potere è un articolo della costituzione non scritta, può essere un handicap non nascere con l’animo del servo, e crescere da persona libera. Federico anziché assumere un atteggiamento da “inferiore” può avere rifiutato la sottomissione agli abusi, indispettendo il gruppo di agenti, e portandoli a identificarlo come un ragazzino che si permette di non stare alle regole, che non accetta il ruolo del prigioniero, e magari il ruolo di persona che viene picchiata dall’Autorità. Un diverso, per i loro standard, e anche per quelli di tanta gente. Con alcuni basta il modo di esprimersi, una protesta che minacci le loro certezze, il tono della voce per essere così classificati. Può essere sufficiente fissare negli occhi, o voltare le spalle.

Commento al topic: Bufala o verità ?

12 July 2007

Blog http://www.federicoaldrovandi


Come si dice in ferrarese “Nulla saccio, nulla vidi e nulla sentii”? Ora finalmente un signore di Cento ha parlato. O forse no. Bufala o verità? Il comportamento ballerino di questo testimone, che tace per oltre un anno, poi parla spontaneamente in televisione, poi ritratta dopo il rinvio a giudizio, dovrebbe indurre alla prudenza. Tra i due estremi, il dire la verità e il dire una bufala, sono possibili numerose situazioni intermedie o miste, complesse e insidiose. E’ per questo che Tommaso d’Aquino diceva che non bisogna credere al diavolo neppure quando dice la verità. Può darsi che il testimone sia sincero, e semplicemente ritroso; o che sia stato spaventato, o perfino che voglia con queste giravolte tutelarsi, attirando l’attenzione sulla sua situazione. In effetti, come fa a esporsi serenamente quando le istituzioni che dovrebbe garantirlo da ritorsioni hanno mostrato di voler proteggere quelli che accusa? D’altro canto, è anche vero che alla difesa farebbe molto comodo l’inserimento nel processo di un dato accusatorio importante fuori dal controllo dell’accusa. Una testimonianza chiave non pienamente corretta sarebbe come un appiglio su una parete di roccia che sembra saldo e invece frana. Una polpetta avvelenata. Fino a che l’attendibilità e i fini del testimone non saranno fuori discussione, forse invece di integrare la sua testimonianza nella ricostruzione, e farne quindi un caposaldo che regge il peso dell’accusa, sarebbe meglio tenerla ben separata, come una possibile evidenza aggiuntiva, di conferma su di un fatto che ormai parla da sé. L’esperienza mostra che quando si invoca lo Stato contro pezzi di Stato la cautela non è mai troppa. E’ di ieri, 11 lug 2007, la notizia della richiesta di archiviazione delle indagini sui mandanti dell’omicidio, avvenuto 13 anni fa, di Ilaria Alpi, Giornalista coraggiosa. I genitori si sono detti “amareggiati, delusi e offesi di questo modo di fare giustizia”. Anche a loro va la solidarietà di tutti noi.

No Dal Molin ~ Il tricolore italiano

16 May 2007

Forum www. altravicenza.it

Post del 16 mag 2007

cancellato con l’azzeramento del forum


Per fortuna noi Italiani siamo vaccinati contro la retorica nazionalista; sembra però che cadiamo nell’eccesso opposto. Nella lista dei siti amici di AltraVicenza.it, è davvero amico il sito – leccato come se fosse stato disegnato da professionisti – “nodoaltricolore” che spiega dettagliatamente come protestare facendo un nodo alla bandiera italiana? Se, grazie ad una massa di rivenduti, viene lesa la nostra sovranità nazionale, volgere la protesta proprio sul simbolo che la rappresenta è un buon consiglio? “Right or wrong is my country” dicono gli anglosassoni. Noi invece sembriamo ansiosi di tornare a dissolverci in “un volgo disperso che nome non ha”. Sfigurare la propria bandiera perché si sta subendo un torto che favorisce una bandiera altrui ricorda quel marito che si evirò per fare un dispetto alla moglie. Questo gesto autolesionistico e vacuo dell’annodare la bandiera non rientra tra le forme di protesta simbolica creative e originali; e nemmeno tra quelle radicali e impegnative, come la restituzione del documento elettorale, un segnale che invece avrebbe una sua concretezza e colpirebbe i responsabili, mostrando il loro distacco dal popolo che li legittima, e il distacco dai loro doveri. E poi, che fare nelle uniche occasioni nelle quali c’è un tripudio di tricolori, le partite di calcio: sciogliere il nodo o lasciarlo? In entrambi i casi sarebbe ridicolo.

La bandiera nazionale del resto da noi è già fin troppo maltrattata. I campanilismi e la fondata diffidenza popolare verso il governo centrale si sono incontrati con gli interessi della classe dirigente. Per la Chiesa il tricolore rappresenta un potere che storicamente l’ha spodestata dal dominio temporale, e che ora deve restare subalterno. A sinistra fino a ieri la bandiera rossa era sovrapposta a quella italiana nel simbolo del maggior partito. Dicono di amare la bandiera i fascisti, e le forze di polizia dello Stato; che, da Portella della Ginestra a Calipari, hanno mostrato di onorare contemporaneamente due diverse bandiere nazionali, l’altra essendo quella USA: il che è peggio che non onorarne nessuna, soprattutto per degli uomini d’arme.

La recente proposta dell’austera intellighenzia di Sinistra di rivolgerci, a nostra scelta, ad un senatore della Louisiana o ad un deputato dell’Alaska per scongiurare la base militare a Vicenza può indurre alcuni a ritenere che a questo punto forse la cosa migliore è premere per farci annettere agli Stati Uniti a pieno titolo, piuttosto che restare colonia; in questo caso diverremmo “la cinquantunesima stella”. Come città statunitense a tutti gli effetti, a Vicenza verrebbe risparmiata la base, anche se solo per motivi urbanistici. Oppure c’è la secessione, e anche in questo caso niente base: gli americani non oserebbero posare un mattone in una città dove sventola feroce il leone di San Marco. Se non si riesce a tirare questo bidone agli USA, se non si crede davvero che le autonomie di cartapesta dei vari leghismi e localismi ci salveranno dai dinosauri della globalizzazione, e se si pensa di non voler proseguire sulla linea della ruffianeria che ha finora regolato i rapporti con gli USA, allora occorre recuperare il tricolore, e portalo integro alle manifestazioni; non come simbolo di patriottismo o grandeur, di partiti vecchi o nuovi o altri movimenti di parte, del governo o degli interessi delle forze armate, ma come simbolo di una nazione, cioè una grande comunità, pacifica e solidale con le altre ma definita e cara a sé stessa.

Rispettare il tricolore non è questione di vilipendio, ma di preservare l’identità nazionale quando andrebbe irrobustita e messa a frutto. In un’Italia libera, gli uffici preposti alla sicurezza farebbero luce sulle finalità di questa singolare insistenza a esporre una bandiera che sembra come deturpata da una cicatrice; ma nell’Italia reale è il tricolore, come la Costituzione, che fa parte della “normalità eversiva”. Credo che la Digos temerebbe più una marea di tricolori che i soliti quattro gatti che inneggiano alle nuove BR. Il dimostrante chic non porta la bandiera verde bianca e rossa, o come minimo la modifica o l’abbina a qualche altra bandiera. Alle colorate manifestazioni come quella del 17 febbraio scorso – dove c’erano Italiani da tutta Italia – osano portarla, senza alterazioni o connotazioni aggiuntive, solo pochi, che di conseguenza possono apparire come persone semplici o eccentriche. Credo che dovremmo riappacificarci col tricolore italiano, riappropriarcene, ed esibirlo in massa senza complessi. Si potrebbe addirittura pensare di fare della nostra bandiera la nostra bandiera.

No Dal Molin ~ Elezioni: “Pesélo, paghélo, impichélo”

13 May 2007

Forum http://www.altravicenza.it

Post del 13 mag 2007

cancellato con l’azzeramento del forum


“Quando il doge di Venezia presentava al popolo il nuovo Magistrato delle Acque, cioè colui che doveva sovrintendere alla costruzione e alla conservazione delle opere idrauliche necessarie alla vita di una città come Venezia, “in aquis fundata”, pronunciava la formula: “Pesélo, paghélo, impichélo”. Cioè, valutatelo e se va bene stipendiatelo, ma se mancherà al suo ufficio, impiccatelo.
Ecco perché, venuta meno qualche buona norma, Venezia sta andando in rovina.”
(Piero Chiara, 1971)

La Repubblica veneta, formalmente democratica ma retta da un’oligarchia, aveva chiara l’importanza del controllo popolare: il potere stesso esortava i cittadini ad esercitare questo diritto-dovere senza mezze misure. Trasponendo l’antica espressione ai nostri giorni, si può dire che i cittadini hanno l’obbligo di valutare bene la qualità dei loro governanti; ai quali devono pagare il tributo di rispetto e obbedienza, se sono all’altezza dei loro incarichi. Ma se i governanti tradiscono la fiducia su temi gravi, basilari per la sicurezza e il benessere, i cittadini devono eliminarli nella maniera più netta ed energica dal ruolo di governo, certo non con mezzi cruenti, ma con il ripudio morale e non votandoli. In una vera democrazia, essere elettore è già un incarico importante: comporta l’ufficio di pesare le magistrature elettive, accettarle, o destituirle del consenso. La democrazia, forma di governo innaturale e sofisticata, non è un “volemose bene” o la libertà di mugugnare per essere stati fatti fessi dopo che si è votato. La diffidenza e’ un mezzo di difesa della democrazia che accomuna tutte le persone sensate, ha scritto Demostene, un politico che amò profondamente la democrazia e difese strenuamente la libertà della sua città.


Prima della decadenza, Venezia riuscì a mantenersi sovrana nei secoli tra stati molto più grandi (non sovrana rispetto agli zingari, come piace ai duri di paese del “padroni a casa nostra”; che servono gli interessi della globalizzazione, ai quali occorre un’Italia ancora più divisa e debole). Vi riuscì anche grazie ad un assetto istituzionale provvisto di meccanismi solidi ed efficienti di controllo e bilanciamento; l’antica Repubblica veneta e’ stata considerata un modello dagli USA, che disprezzano la nostra attuale condizione. Sotto i dogi i cittadini minacciavano gli amministratori di impiccagione, cioè di lussazione delle vertebre cervicali, se non avessero tenuto in piedi la città. Sotto i Prodi e gli Hullweck sono i cittadini che vengono scansati dalla loro città come ometti senza spina dorsale per fare posto ad un esercito straniero. Vicissitudini storiche della colonna vertebrale in Veneto.

Forse è ora di tornare all’antico. “Impichélo” è la parola giusta, non perché si debba torcere un capello ad alcuno, ma perché si deve dare uno strattone, si deve compiere una scelta brusca, netta e senza complimenti contro quelle persone e quei gruppi che si siano dimostrati incapaci o corrotti; superando la riverenza naturale per l’autorità, e quella indotta dall’ideologia. Ci vogliono chierichetti dei loro riti, oppure ribelli ciechi e violenti, ma non cittadini responsabili che controllano chi li controlla; riprendiamo invece questo ruolo. Uno strattone interiore, riconoscendo che non si perde nulla ma si guadagna, per lo meno in dignità; rifiutando di farci imbrogliare, di onorare appartenenze ormai svuotate, di seguire le voci suadenti che fanno vibrare come nuovi i nostri sentimenti e speranze di libertà, giustizia, pace che poi calpesteranno. Non riusciremo ad affrontare le falsità della politica se prima non “giustizieremo” le nostre contraddizioni interne. Sono le nostre stesse contraddizioni che dobbiamo impiccare. Lotte come questa contro la base militare, che portano a dover verificare le proprie forze e le proprie debolezze, possono fare crescere.


Con il nuovo insediamento USA, anche Vicenza avrà la sua acqua alta. Un’acqua alta perenne. La seconda caserma menoma la città, e contribuisce al declino dell’intera nazione. Tutti gli Italiani dovranno pagare in denaro e in degrado, sociale, ambientale e urbanistico, per una base che frutterà a noi e alle generazioni che ci seguiranno come minimo la maledizione di lontane popolazioni civili quando, non avendoci fatto nulla, subiranno operazioni di macelleria partite da qui. Questo di Vicenza è un momento della verità che permette di pesare la qualità dei nostri governanti, di valutare quanto curano le fondamenta della città e quanto invece i loro interessi.


Quanto pesano i politici del liberismo, che cavalcano l’idea furba che contano solo i soldi, e che i valori non sono una protezione, ma una zavorra che può essere proficuamente sostituita da una nuvola di chiacchiere, moine e pagliacciate. Per loro la libertà è la libertà di fregare il prossimo, inclusi i propri elettori. Quanto pesano i clericali, emissari di un potere che per secoli si è accordato con potenze straniere per il controllo dell’Italia, e ha ripreso a farlo con gli USA dopo la II Guerra mondiale. Non sorprende che dai pulpiti più alti i preti, mentre scandalizzano lanciando sassi sull’adultera, per unioni civili e aborto (accomunati rispettivamente a pedofilia e terrorismo), lanciano anche silenzi che sono pietre, ma passano inosservati, sullo sbancamento di Vicenza e la conseguente orgia oscena di violenza della guerra di aggressione. Quanto pesano i politici del centrosinistra, che ci impartiscono sia lezioni di buonismo sul dovere di stringerci per coabitare con genti di lingua ed etnia estranee, chiamando razzismo la fisiologica reazione di rigetto culturale; sia lezioni di alta politica sul dovere di stringerci per dare spazio alle basi con le quali massacrare nella loro terra popolazioni extracomunitarie che vanno tenute sotto un tallone di ferro. Quanto pesano questi bramini del centrosinistra, una casta che disprezza come nessun’ altra il popolo che amministra con consumato mestiere per conto dei poteri forti ai quali si è consegnata. Quando pesano i politici con l’etichetta “sinistra radicale”, che parlano come Don Chisciotte e agiscono come Sancho Panza, specializzati nell’ammansire l’indignazione popolare e riportarla all’ovile simulando un’opposizione.


Se, nel ristretto spettro parlamentare, nessun gruppo raggiunge il peso minimo, abbiamo il diritto democratico di non votare nessuno. Dobbiamo chiederci se non ne abbiamo anche il dovere. Il dovere di porre un limite all’appropriazione delle istituzioni, invece di continuare ad assecondarla. Le istituzioni democratiche vanno difese anche dagli abusi di chi le occupa. Le elezioni non sono una bancarella di beneficenza a favore di bambini poveri, dove comunque qualcosa dobbiamo comprare, anche se tutta la merce è avariata. Non votando, esercitiamo al meglio il nostro dovere di elettori: chiedendo che le figure che ci rappresentano non scendano sotto la soglia della decenza; il contrario di questi politici che, eletti da noi, votano in blocco come rappresentanti di interessi terzi.


Non votando esercitiamo inoltre il diritto naturale, e il dovere naturale, a tutela di noi stessi e delle nostre famiglie, di togliere la fiducia a chi ci ha già ingannato. Votandoli, partecipiamo ad una truffa pseudodemocratica a nostro danno, nella quale accettiamo di considerare nostra espressione personaggi scelti dall’alto che gestiranno docilmente politiche scelte dall’alto. “Not in my name” è sia una dichiarazione di riaffermazione dei principi democratici sia una forma pratica di autodifesa dalla frode politica. Proseguendo la metafora del capestro, quando la democrazia diviene una farsa, andando alle urne il cittadino rischia di fare come quei due personaggi dell’Amleto, Rosencrantz e Guildenstern, che andarono dal re d’Inghilterra per consegnargli una lettera, non sapendo che la lettera conteneva l’istruzione di impiccarli. I due finirono sulla forca in questo modo, essendo agenti della loro fine; autori contemporanei hanno ripreso la loro storia come simbolo della condizione dell’uomo moderno. Il mondo sta divenendo un luogo sempre più duro, retto solo dalla legge del profitto, dove purtroppo la politica non ha che un ruolo accessorio: se non diamo un giro di vite, e continuiamo a legittimare uno stuolo di imboscati e i banditi che li capeggiano, potremmo amaramente pentircene. I tempi delle vacche grasse sono finiti anche in questo campo, ma rischiamo di accorgercene quando sarà troppo tardi. Avremmo bisogno di selezionare una classe dirigente di qualità, non di alimentare un ceto parassitario. Farsi sentire sul serio non e’ un’alzata di testa, ma una misura di prudenza.


D’altra parte, anche i politici ci pesano. Vedono che, in genere, ci possono intortare facilmente con quattro favolette vecchie o nuove; che sul piano politico non sappiamo curare i nostri interessi materiali, né difendere la nostra dignità, infatti continuiamo a votarli; sanno che se anche ci accorgiamo di essere stati malamente raggirati basta farci sfogare un poco, darci ragione a parole, confondere le carte, presentare qualche “faccia pulita”, farci “conquistare” un contentino, promettere che non accadrà più, spaventarci facendoci credere che se non votiamo la terra si aprirà sotto i nostri piedi, e poi continueremo timorosi a eleggerli nostri rappresentanti. Mentre ballano all’unisono la stessa musica tenendosi a braccetto come le ballerine del Can-can, accusano noi di volgare qualunquismo se non li applaudiamo. Chiamano invece serio e impegnato chi dà loro il voto che dà l’accesso a privilegi, prebende e affari. Sanno che il prendere atto, senza filtri ideologici di alcun colore, della loro posizione compradora, cioè di mediazione dello sfruttamento della nazione da parte di poteri esteri, sarebbe per noi un risveglio troppo brusco e sgradevole dalle nostre illusioni. Sanno che l’attuale popolo italiano ha diverse virtù, ma non quella del coraggio civico. Lamentarsi a parole, scendere in gruppo in piazza quando suona l’adunata, non e’ difficile: ma manca la mentalità per dire individualmente “basta” con l’unica leva politica formale a portata del cittadino.


La questione della base prova che abbiamo governanti centrali e locali che non ci rappresentano e non ci guidano in maniera fidata. Siamo colpevoli di avere permesso una tale degenerazione della qualità dei politici: abbiamo sciupato il non trascurabile potere di fare insediare i migliori votando partiti che hanno fatto del Parlamento un luogo con una concentrazione di pregiudicati, di condannati con sentenza definitiva, più alta di quella di qualunque area del Paese. Ma forse non meritiamo magistrature elettive tanto scadenti. Difendiamo in maniera semplice e risoluta i nostri interessi vitali, non come improvvisati rivoluzionari, ma nello spirito dei saggi borghesi della Repubblica Veneta. Non legittimiamo i partiti che ci vendono. Escludiamo a priori e senza eccezioni tutti i partiti, che, unanimi, hanno permesso questo sconcio; inclusi i “rami dissidenti”, i tentacoli buoni, allestiti per riacchiappare voti. Non seguiamo la corrente in scelte fintamente progressiste decise a tavolino da gruppi di potere, ma riconosciamo e recuperiamo la nostra umile individualità. Facciamo parlare i certificati elettorali con la nostra voce, invece di buttarli nella fornace dei seggi: restituendoli allo Stato – al Quirinale o alla Prefettura – e votando così No ai partiti che ritengono di potersi vendere pezzi di città. Non conferiamo autorità e autorevolezza (né grassi stipendi) a degli spocchiosi yes men professionisti. Non perdiamoci in sofisticherie. Questo e’ un caso dove e’ equilibrato applicare la rozza legge del taglione: scheda per scheda.


Vediamo se in questa grave circostanza riusciamo a ripristinare una verità elementare: noi vogliamo eleggere persone che ci rappresentino degnamente, sia pure senza specifico mandato; mentre non vogliamo eleggere rappresentanti della controparte, e neppure mediatori. Vediamo se, oltre a porre un segnale di divieto sul jet militare nel logo del “No Dal Molin”, stampiamo lo stesso segnale sui tarallucci e vino. Se non vogliamo la base, ma non abbiamo la modesta forza necessaria a rispondere per le rime ai politici che ci tradiscono in questa maniera infame; se portiamo noi stessi al seggio la scheda elettorale che ci condanna, invece di rispedirla alle istituzioni; se magari votiamo scheda bianca o nulla, nell’illusione ridicola che tale scelta verrà rispettata; se mettiamo noi la testa nel laccio il giorno delle elezioni; se legittimiamo come governanti chi ci delegittima come cittadini e come persone libere, allora meritiamo di essere venduti, e non potremo lamentarci.

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Blog de Il Fatto

Commento al post di B. Collevecchio “Super poliziotti o capi popolo? No grazie, non voto” del 19 febbraio 2013

Credo si abbia il dovere non di votare, ma di esercitare i diritti elettorali: non possiamo votare come ci pare, ma abbiamo un preciso dovere di votare candidati adatti. Non abbiamo il diritto di votare bauscia, quisling, ruffiani, faccendieri, mangioni, mezzecalze, fiancheggiatori della mafia, etc. Non è lecito, e non è neanche accorto: nomineremmo amministratore dei nostri beni un noto truffatore?

Né le elezioni sono una fiera di beneficenza, dove comunque qualcosa bisogna acquistare anche se tutta la merce è scadente. Se si ritiene che i candidati siano tutti inadeguati, credo che occorra restituire la scheda elettorale.

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22 febbraio 2013

Blog de Il Fatto

Commento al post di M. Artale “Elezioni 2013, se Pericle tornasse prepotentemente di moda” del 22 febbraio 2013

In Italia della democrazia ateniese se ne ricordano due giorni prima delle elezioni che servono a legittimare il “cartel party”, il cartello politico dove le varie formazioni si spartiscono le risorse anziché competere politicamente. E dove “Lo Stato diventa una struttura istituzionalizzata di sostegno, che agisce a favore di chi è dentro ed esclude chi è fuori”. (Katz, R.S. e Mair, P., Cambiamenti nei modelli organizzativi e democrazia di partito. La nascita del cartel party. In:, L. Bardi. Partiti e sistemi di partito. Il «cartel  party»  e oltre. Il Mulino, Bologna 2006.).

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13 febbraio 2020

Blog de Il Fatto

Commento al post di F. Balocco “Serve capacità per guidare un’auto? Allora richiediamola pure per andare a votare”

Osservando come la gente sciupi il voto a proprio danno, come andando a votare molti portino al boia la lettera dell’ordine della loro esecuzione, viene da fare un discorso del genere. Che però è fallace.

Da un lato, anche gli acculturati sono capaci di instaurare il peggio. Intanto a volte non sono aquile. “Nonostante quello che dicono i giornali, e le loro mamme, molti ricercatori sono stupidi” (Jim Watson). E altre volte sono iniqui, come osserva un autore di destra, V. Pareto: “Si può peccare per ignoranza, ma si può peccare per interesse. La competenza tecnica può fare evitare il primo male, ma non può nulla contro il secondo. […] l’esperienza dice che il mondo è pieno di scienziati e di intellettuali che si prostituiscono al potere e ne avallano tutte le abiezioni. Forse che costoro non sono corrotti perché sono competenti ?”. E’ gattopardesco sostituire al mito delle classi subalterne brava gente quello del notabile illuminato e disinteressato.

Dall’altro lato la gente comune, anche se non ha studiato, e non sa estrarre le radici cubiche a mente, quando è bene informata è mediamente capace di fare scelte giuste. Incluso l’affidarsi a chi – onesto – ne sa di più senza sentirsi sminuiti; che, notò Pasolini, con l’omologazione è stato sostituito da rancore e invidia. La “epistocrazia” dovrebbe consistere nell’informare correttamente – e fare crescere moralmente – l’elettorato, invece di circuirlo con un diluvio di falsità e sollecitarne i sentimenti peggiori.

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14 febbraio 2023

Blog de Il Fatto

Commento al post “Regionali Lombardia, gli eletti: in FdI passano Feltri e Valcepina, Del Bono (Pd) fa il record di preferenze. Restano fuori Moratti e Gallera”

Il potere inganna dando valori relativi invece che assoluti. Es. per il vaccino covid si è presentata un’efficacia relativa del 95%-65% quando l’efficacia assoluta risultava circa l’1%*. Statistici avvisano sulla necessità di considerare per i farmaci l’efficacia – e i danni – in quote assolute, oltre che relative. Si dovrebbe fare lo stesso per il voto, riportando le quote reali, con un’astensione – 58.4% in Lombardia – che costituisce una mozione di sfiducia dei cittadini ai politici e a chi occupa lo Stato. Basta moltiplicare per la proporzione di votanti: 0.416. In Lombardia il 54.67% relativo della destra è il 22.74 assoluto, cioè degli aventi diritto. Il 33.93% della sinistra è il 14.1% reale.

“In provincia di Brescia il Pd elegge il candidato più votato in assoluto in questa tornata, il sindaco del capoluogo Emilio Del Bono, che raccoglie ben 35761 preferenze”. Pari al 2.85% della popolazione della provincia. Il clericale Giornale di Brescia titola che con quest’astensione “muore la democrazia”. Vantarsi è fare o’ gallo ncopp a munnezza; mentre scrivo, 14 feb 23, h 10:30, la macchina spazzatrice del Comune è al lavoro lungo i marciapiedi della Poliambulanza. Sollevare polvere – dalla quale sono stato investito più volte – davanti a un ospedale in piena mattinata dà un segno del disprezzo per il popolo degli stessi che davanti agli ordini sull’Ucraina eseguono contro il popolo.

*COVID-19 vaccine efficacy and effectiveness. Lancet Microbe, 2021.

@ Sta len. Gallera verrà tutelato in altro modo, avendo partecipato col personaggio del tonto pasticcione alla farsa omicida del picco di letalità da insufficiente obbedienza ai dettati liberticidi e patogeni. Insieme alla “sinistra”, vedi Crisanti, emissario dell’Imperial college, che ha recitato la parte del giusto e competente, premiato con un seggio in Parlamento. E insieme ai magistrati della Lombardia, che hanno dato luogo a un’indagine acefala, dando per assodata la versione dei mandanti, implausibile, illogica e fuorviante, e mettendola a fonte del diritto*. Un intervento giudiziario senza testa e con una coda velenosa, di imposizione della necessità di obbedire ai “piani pandemici” in futuro.

Ieri a Brescia hanno inaugurato la nuova sede della DIA locale, promossa “centro operativo”. A me appare che la lotta alla mafia, soprattutto in Lombardia, sia in una relazione di parallelismo con la mafia, servendo a coprire operazioni di iniquità non inferiore, al servizio degli stessi poteri esterni, da parte dello Stato e delle sue istituzioni.

*Lo knock-on dell’operazione covid in Lombardia orientale.

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15 febbraio 2023

Blog de Il Fatto

Commento al post di A. Bellelli “Regionali, più della metà dei cittadini si sottrae al dovere civico del voto: io do la colpa ai populismi”

E’ giusto che l’esercizio del voto sia considerato dovere civico, come prevede la Costituzione. Tale dovere però non va identificato col dovere di esprimere una preferenza tra i candidati, e di accettare la rosa. Per capirsi, se i candidati sono il mostro di Firenze e il capo dei capi della mafia, il dovere civico si esercita al meglio non votando nessuno dei due, e non presentandosi alle urne*. Se i candidati sono indegni, se non rappresentano davvero il popolo, ma i poteri dai quali il popolo dovrebbe essere difeso, a venire meno ai doveri di partecipazione elettorale è la classe dirigente che li esprime, non i cittadini che rifiutano di partecipare a una degenerazione della democrazia a loro danno.

Personalmente dal 2000 restituisco il documento elettorale per raccomandata. Per tanti anni l’ho inviato al Capo dello Stato. Poi, data l’interpretazione sui generis di Mattarella della libertà costituzionale di esprimere il dissenso, ad altre istituzioni. Per le elezioni regionali in Lombardia di pochi giorni fa, al presidente locale e a quello nazionale dell’ANM, allegando scritti sull’indegnità delle istituzioni che rende impossibile l’esercizio normale del diritto di voto. Oggi ho la triste consolazione di essere raggiunto nell’opinione negativa sulla classe dirigente da un plebiscito di elettori. Anche se c’è ancora tanto di cui rendersi conto sull’effettiva lealtà al popolo dei poteri dello Stato.

*Elezioni: “Pesélo, paghélo, impichélo”. Sito menici60d15.

@ Antonella Banto. La destra e la sinistra attuali sono come Arlecchino e Pulcinella mossi dallo stesso Mangiafuoco. Ci sono stati grandi italiani che essendosi opposti sono stati uccisi, per arrivare all’attuale selezionata razza di statisti e di funzionari dello Stato; un piccolo cenno di diniego potremmo farlo anche noi. Certo, è infantile pensare che il semplice stare a casa in pantofole risolva le cose. Però è già qualcosa; è un primo passo, è un segnale che la maggioranza della truppa inquadrata, interpellata risponda “Non in mio nome” davanti ai soprusi dei generali che dicono che loro esercitano il potere “democraticamente eletti”. Al tempo della dittatura dei banchieri tramite politici debosciati, acquista nuova attualità il commento di Lampedusa sui brogli alle urne dei Savoia: “… le parole molli dell’usuraio: «Ma se hai firmato tu stesso? Non lo vedi? È tanto chiaro! Devi fare come diciamo noi, perché, guarda la cambiale! la tua volontà è uguale alla nostra».” Non firmare il falso a nostro danno, non legittimare chi ci vende, senza credere di avere fatto chissà che, è semplicemente il minimo. Se non altro in termini di dignità. Ma anche in termini pratici, perché assecondare degli smidollati li esalta ancora di più nel loro doppio delirio di asservimento ai potenti e di tracotanza verso i governati. Non è questione di aderire a Bakunin. E’ questione di non fare come Fantozzi.

@ ric1960. Tre giorni prima delle votazioni vado all’ufficio elettorale del Comune e mi faccio rilasciare un duplicato. All’impiegato che mi chiede il motivo dichiaro di avere restituito la tessera. Mi dice che l’unica motivazione prevista è per averla smarrita. Mi fa firmare un foglio dove dichiaro di avere smarrito la tessera. Io sostituisco a penna “smarrito” con “restituita” (il modulo prevede sanzioni per chi non dice la verità) firmo e prendo il duplicato. Che fotocopio. Stavolta, 8.70 euro di racc r/r per inviarlo. N. tessera: 149553309. N. raccomandata: 14570206397-9. Le Poste in genere non mi fanno avere la ricevuta di ritorno. Una volta sola, in 24 anni, sono stato convocato in Prefettura dove mi hanno ridato la tessera che avevo spedito. Risparmiandomi la volta dopo una visita all’ufficio del Comune, che è sempre sgradevole, con l’impiegato comunale che quando gli dico che restituisco la tessera fa smorfie allarmate, in aggiunta all’immancabile mettersi le dita nelle narici, o in bocca, o in entrambi gli orifizi.

 

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v. anche:
Le ragioni per non votare

Il grillismo al servizio del capitalismo predatorio

Commento al topic: No Dal Molin ~ Base di Vicenza: in USA nulla è deciso

23 April 2007

Forum http://www.altravicenza.it

Post del 23 apr 2007

cancellato con l’azzeramento del forum


Chi sottopone come cittadino italiano una petizione a parlamentari USA affinché non votino il finanziamento della seconda base USA a Vicenza perde in dignità. Vicenza è in Italia, e noi non siamo un protettorato USA. O almeno, non dovremmo esserlo. Dovremmo avere dei nostri parlamentari ai quali rivolgerci, e un governo e un ministro degli esteri che ci rappresentino come nazione indipendente davanti agli USA. Un risultato certo dello scrivere ai politici di Washington per tentare di impedire lo sventramento di Vicenza è quello di indebolire la posizione di contrarietà alla base, che deve poggiare sulla normale sovranità che ogni popolo ha sulla propria terra, non su tentativi di impietosire gli americani. Sono questi atteggiamenti molli e servili che ci hanno portato a situazioni come questa; al contrario di altre nazioni, che si sono fatte rispettare. Restare in piedi è la prima cosa: non risulta dalla storia che gli eserciti si arrestino davanti a compite letterine; mentre possono arrestarsi davanti ad una salda opposizione della popolazione. Perfino se l’ampliamento fosse annullato per intercessione dei parlamentari USA, il risultato sarebbe stato ottenuto con un atto di sudditanza, che faciliterebbe altre prevaricazioni in futuro. Questa viscida proposta è proprio un bel modo di celebrare il 25 aprile e la Resistenza. Non fate questo favore all’Unita’, il Manifesto e Liberazione, che acquisirebbero così ulteriori meriti presso l’attuale superpotenza.

Politici seri non avrebbero permesso ad un paese straniero di avanzare una simile richiesta su Vicenza. Questi politici, dopo aver votato a favore della base USA, all’avvicinarsi delle elezioni amministrative chiedono ai cittadini, tramite i loro giornali “progressisti”, di appellarsi ad un parlamento estero. Ciò conferma che i governanti espressi dai partiti non hanno intenzione di adempiere i loro doveri istituzionali, non sono all’altezza dei loro alti incarichi, e hanno invece una tendenza compradora a incoraggiare la sottomissione del popolo ai poteri esteri dei quali curano gli interessi in Italia. Rivolgiamoci non ai politici USA, ma a quelli nostrani: restituendo allo Stato (Quirinale o Prefettura) la scheda elettorale invece di votare il giorno delle elezioni. Che il voto se lo facciano dare in Wyoming o in Ohio.